Dopo lo 0-3 contro la Lazio, il capitano bianconero parla dei compagni che soffrono i fischi dello Stadium. La replica dell’allenatore arriva in diretta televisiva, insieme a un’ammissione inattesa: non è più sicuro che la squadra lo segua.
La sconfitta contro la Lazio ha lasciato alla Juventus qualcosa di più di tre gol subiti e una classifica deludente. Domenica 18 ottobre, dopo lo 0-3 dell’Allianz Stadium, Gleison Bremer e Luciano Spalletti hanno dato due letture diverse delle difficoltà della squadra. Il capitano ha parlato della mancanza di personalità di alcuni compagni; l’allenatore gli ha ricordato che nessuno può considerarsi estraneo alla sconfitta. Lo scambio è avvenuto davanti alle telecamere di Sky Sport, senza che ci fosse un confronto diretto tra i due.
La Lazio di Gennaro Gattuso ha vinto con le reti di Provstgaard, Isaksen e Dele-Bashiru, segnate al 37°, al 66° e all’89°. Spalletti, squalificato dopo l’espulsione nella precedente partita contro il Cagliari, ha seguito l’incontro dalla tribuna. Dalla sua posizione ha visto una Juventus incapace di reagire dopo il primo gol e accompagnata dai fischi dei tifosi fino alla conclusione.
Al termine della settima giornata i bianconeri hanno 11 punti e occupano l’ottavo posto. È uno dei quattro peggiori inizi di campionato della Juventus negli ultimi venticinque anni.
Bremer: i fischi e i compagni che si nascondono
Bremer, che contro la Lazio indossava la fascia di capitano, si è presentato ai microfoni di Sky Sport riconoscendo la cattiva prestazione della squadra. Ha spiegato che, fino al primo gol avversario, la Juventus aveva costruito alcune occasioni, ma che il vantaggio laziale aveva cambiato l’andamento della partita.
Quando il discorso si è spostato sulla personalità dei giocatori, il difensore brasiliano ha fatto una distinzione tra le responsabilità dell’allenatore e quelle di chi scende in campo.
«Non posso prendere in braccio tutti».
Il senso del suo intervento è che Spalletti può preparare la partita e fornire indicazioni, ma la capacità di applicarle nei momenti difficili dipende anche dai singoli calciatori. Bremer ha aggiunto che alcuni compagni reagiscono meglio di altri alla pressione esercitata dal pubblico.
«C’è chi sente i fischi e magari ha paura».
Nella stessa intervista a Sky Sport, Bremer ha precisato di non voler accusare personalmente nessuno. Ha richiamato anche la presenza di molti giocatori giovani o arrivati da poco, per i quali affrontare un ambiente esigente come quello juventino può essere particolarmente complicato.
Il capitano non ha fatto nomi. Ha però riconosciuto esplicitamente che nella rosa ci sono differenze di personalità che emergono quando le partite prendono una direzione sfavorevole.
La risposta di Spalletti: nessuno è fuori dalla sconfitta
Poco dopo, durante il programma Sky Calcio Club, Luciano Spalletti è stato informato delle parole di Bremer e invitato a commentarle. La sua risposta ha spostato il discorso dalla personalità dei singoli alla responsabilità dell’intero gruppo.
«Bremer non è escluso dalla partita di stasera, è dentro come tutti».
E poi:
«Prima bisogna parlare di noi stessi e poi del resto della squadra».
Spalletti non ha negato che alcuni giocatori possano avere difficoltà a gestire la pressione. Ha contestato soprattutto il rischio che la critica di Bremer finisse per distinguere chi aveva reagito correttamente da chi aveva contribuito alla sconfitta.
L’allenatore ha incluso se stesso nell’analisi, spiegando di dover rivedere il lavoro svolto per preparare la partita. Dalla tribuna, ha raccontato, gli erano apparse evidenti alcune difficoltà: decisioni prese in ritardo, palloni trattenuti troppo a lungo ed errori individuali che si aggiungevano ai problemi già presenti nell’organizzazione del gioco.
La sua risposta integrale, riportata da Sky Sport, non contiene un’accusa personale a Bremer. È piuttosto un richiamo al fatto che un capitano, proprio per il ruolo che ricopre, non può limitarsi a indicare le debolezze dei compagni.
Il dubbio più pesante: la squadra segue ancora l’allenatore?
Il passaggio più significativo del difficile post partita bianconero è arrivato quando Spalletti ha risposto, in conferenza stampa, a una domanda sul rapporto con i giocatori e sulla loro disponibilità a seguire le sue indicazioni.
«Fino a ieri avrei detto di sì, oggi non lo so».
Il tecnico ha subito aggiunto di pensare comunque che la squadra lo segua, ma di avere bisogno di riesaminare il proprio lavoro.
La distinzione è importante. Spalletti non ha denunciato un ammutinamento, ha insistito sul buon rapporto personale che ritiene di avere con il gruppo. Quello che non riesce a spiegarsi è perché una squadra con la quale crede di comunicare efficacemente continui a manifestare difficoltà così evidenti durante le partite.
Sono dubbi che arrivano quasi un anno dopo il suo insediamento. Spalletti è stato scelto dalla Juventus il 30 ottobre 2025, dopo l’esonero di Igor Tudor.
Secondo l’analisi statistica pubblicata da Sky Sport il 19 ottobre, nelle prime 36 partite di Serie A della sua gestione la Juventus ha ottenuto 18 vittorie, 11 pareggi e 7 sconfitte. Sono 65 punti complessivi, per una media di 1,81 a partita.
È un rendimento molto vicino a quello ottenuto dai due allenatori che lo hanno preceduto: Thiago Motta aveva una media di 1,79 punti, Tudor di 1,76. Le statistiche riguardano periodi e squadre differenti, ma mostrano che il cambio di allenatore non ha prodotto, almeno finora, una crescita netta dei risultati.
Il problema della Juventus non riguarda soltanto il modulo
Nel commento pubblicato sul sito ufficiale della Juventus, Spalletti ha insistito sugli aspetti mentali della prestazione. Ha spiegato che, quando una squadra comincia a inseguire gli avvenimenti anziché anticiparli, anche il sistema di gioco perde efficacia. Per lui sono mancati soprattutto energia, coraggio e capacità di reagire alle difficoltà.
Dopo sette giornate, la Juventus è già a otto punti dalla coppia Inter-Lazio capolista. Soprattutto, continua a mostrare gli stessi limiti che Spalletti era stato chiamato a correggere quasi dodici mesi fa.
La prossima verifica non riguarderà soltanto il risultato. Sarà capire se l’allenatore riuscirà a trasformare le proprie indicazioni in comportamenti riconoscibili in campo e se i giocatori sapranno reagire alle difficoltà senza aspettare che sia il capitano, davanti alle telecamere, a richiamarli alle loro responsabilità.
