Il caso Manchester City ha riportato al centro le regole economiche del campionato inglese. Ma le 115 accuse non riguardano semplicemente un club che avrebbe speso troppo: riguardano bilanci, sponsorizzazioni, stipendi, sostenibilità e attendibilità delle informazioni fornite alla lega. E da questa stagione il sistema è cambiato ancora
Quando si parla di fair play finanziario nel calcio inglese si tende a immaginare una regola abbastanza semplice: un club incassa una certa cifra e non può spenderne più di una determinata quantità. In Premier League non ha mai funzionato esattamente così e, soprattutto, non funziona più così dalla stagione attuale 2026/27.
Il caso del Manchester City è utile proprio per capire la differenza. Le 115 contestazioni formulate dalla Premier League nel febbraio del 2023 non sono 115 modi diversi di dire che il City avrebbe speso troppo. Comprendono obblighi differenti, accumulati in diversi anni e sotto regolamenti che nel frattempo sono cambiati.
La Premier ha contestato innanzitutto al City, per le stagioni dal 2009/10 al 2017/18, di non aver fornito informazioni finanziarie accurate sulla propria situazione economica. Le contestazioni riguardavano in particolare ricavi da sponsorizzazioni, rapporti con parti correlate e costi operativi. A queste si aggiungevano presunte irregolarità nella comunicazione dei compensi di allenatori e giocatori, il mancato rispetto delle norme UEFA tra il 2013 e il 2018, violazioni delle regole di Profitability and Sustainability della Premier tra il 2015 e il 2018 e, infine, il mancato rispetto degli obblighi di collaborazione con l’indagine aperta dalla lega.
Questa distinzione è importante perché spiega perché il caso City è molto più complesso di quelli che negli ultimi anni hanno coinvolto Everton e Nottingham Forest. In quei casi il problema principale era relativamente facile da isolare: i club avevano superato il limite massimo di perdite previsto dalle Profitability and Sustainability Rules (le cosiddette PSR). Il City è invece accusato anche di aver fornito una rappresentazione non corretta di alcuni dei numeri utilizzati proprio per stabilire se quei limiti fossero stati rispettati.
Il vecchio sistema: perdere sì, ma entro un limite
Fino alla stagione 2025/26 il principale strumento utilizzato dalla Premier erano le PSR. Il principio di base era che un club potesse registrare, nel corso di tre esercizi, perdite complessive fino a 105 milioni di sterline. Per le società che avevano trascorso parte del periodo di riferimento in Championship il limite veniva ridotto di 22 milioni per ciascuna stagione fuori dalla Premier League.
Non tutte le spese, però, pesavano allo stesso modo nel calcolo. Dal risultato economico venivano sottratti alcuni investimenti considerati utili allo sviluppo del club e del calcio: infrastrutture, settore giovanile, calcio femminile e attività rivolte alla comunità. Anche la svalutazione degli immobili e di altre immobilizzazioni materiali poteva essere esclusa. L’idea era evitare che le regole spingessero i club a risparmiare proprio sulle strutture e sui settori con benefici di lungo periodo.
Il limite di 105 milioni, quindi, non significava che una società non potesse spendere 106 milioni sul mercato. Il calcolo riguardava il risultato economico complessivo dopo una serie di correzioni. Per questo una società con ricavi molto elevati poteva sostenere una massa salariale e un mercato enormemente superiori a quelli di un club più piccolo, purché i conti finali restassero entro i parametri previsti.
È qui che la provenienza dei ricavi diventa fondamentale. Perché una sponsorizzazione può cambiare quanto puoi spendere.
Supponiamo che un club aumenti di 100 milioni di sterline i propri ricavi commerciali. A parità di costi, quei 100 milioni migliorano il suo risultato economico e aumentano quindi lo spazio disponibile per stipendi e trasferimenti.
Per questo le regole finanziarie non possono limitarsi a leggere il totale dei ricavi dichiarati. Devono anche chiedersi se quei ricavi corrispondano al valore reale delle operazioni che li hanno generati.
Il problema è particolarmente evidente quando uno sponsor ha rapporti con la proprietà del club. Se una società collegata al proprietario pagasse una sponsorizzazione molto più di quanto quella sponsorizzazione vale sul mercato, il club potrebbe trasformare indirettamente il capitale della proprietà in un ricavo commerciale e ottenere così maggiore capacità di spesa.
È uno dei motivi per cui la Premier ha introdotto nel 2021 le regole sulle Associated Party Transactions, (APT), successivamente modificate. Oggi le operazioni con soggetti collegati alla proprietà devono essere sottoposte alla Premier, che può valutarne il Fair Market Value, cioè il valore di mercato. Se ritiene che il prezzo sia superiore a quello che sarebbe stato concordato tra soggetti indipendenti, può imporre che ai fini regolamentari venga utilizzato un valore inferiore.
Le attuali regole APT sono successive al periodo centrale delle contestazioni contro il City e quindi non sono le norme sulla base delle quali sono state formulate le accuse relative al 2009-2018. Il principio alla base del controllo, però, aiuta a capire il caso: se i ricavi determinano quanto un club può permettersi di spendere, l’attendibilità di quei ricavi diventa importante quanto la spesa stessa.
Anche comprare un giocatore da 100 milioni non significa spendere subito 100 milioni
Un altro elemento che spesso rende poco intuitivi i conti dei club è l’ammortamento dei trasferimenti.
Se una società compra un calciatore per 100 milioni e gli fa firmare un contratto di cinque anni, nei conti non registra normalmente l’intero costo del cartellino nella prima stagione. Lo distribuisce sulla durata del contratto: nell’esempio, 20 milioni l’anno.
È per questo che la durata dei contratti è diventata anche una questione regolamentare. Dal dicembre del 2023 la Premier ha stabilito che, ai fini dell’ammortamento, il costo di un nuovo acquisto non possa essere distribuito su più di cinque anni, anche quando il contratto sottoscritto dal giocatore è più lungo.
Questo meccanismo permette di capire anche perché le plusvalenze sulle cessioni siano così importanti. Se un calciatore è già stato completamente ammortizzato e viene venduto per 40 milioni, quella cifra può produrre quasi interamente un profitto contabile. Una vendita può quindi modificare in maniera molto significativa il risultato finanziario di una stagione.
Da quest’anno la Premier ha cambiato tutto
Dalla stagione 2026/27 le PSR non sono più il principale sistema di controllo della Premier League. Sono state sostituite dallo Squad Cost Ratio, o SCR, accompagnato dalle regole sulla Sustainability and Systemic Resilience, (SSR). Le vecchie PSR continuano comunque a poter essere applicate ai periodi precedenti, compresi eventuali procedimenti ancora in corso.
Il cambiamento più evidente è che la Premier non guarda più principalmente alle perdite accumulate in tre anni. Lo SCR mette direttamente in relazione il costo della squadra con i ricavi calcistici del club.
La soglia ordinaria è l’85 per cento. Nel calcolo dei costi rientrano gli stipendi dei calciatori e dell’allenatore principale, le commissioni agli agenti e il costo annuale dei cartellini attraverso ammortamenti e svalutazioni. Dall’altra parte vengono considerati i ricavi legati al calcio e il risultato delle operazioni sui calciatori.
In pratica, se un club dispone di 500 milioni di sterline di ricavi rilevanti e altri elementi del calcolo restano invariati, il punto di riferimento dell’85 per cento corrisponde a 425 milioni di costi della squadra.
La Premier ha però previsto una zona di tolleranza. All’inizio del nuovo sistema ogni club dispone di un margine supplementare fino al 30 per cento oltre la soglia ordinaria: il cosiddetto Red Threshold parte quindi dal 115 per cento. Questo margine non è un nuovo limite permanente. Se un club supera l’85 per cento, consuma parte della propria tolleranza per le stagioni successive; se torna sotto la soglia, può ricostruirla progressivamente.
Superare l’85 per cento non comporta quindi automaticamente una penalizzazione in classifica. Superare il Red Threshold sì: le regole prevedono una detrazione di base di sei punti, aumentata di un punto ogni 6,5 milioni di sterline spesi oltre quel limite. Le sanzioni finanziarie per la zona compresa tra Green e Red Threshold entreranno invece pienamente in funzione dal 2027/28.
Per chi gioca in Europa il limite è ancora più basso
Il sistema della Premier non sostituisce quello della UEFA.
I club inglesi che partecipano alle competizioni europee devono rispettare contemporaneamente entrambi. Le attuali regole UEFA fissano lo Squad Cost Ratio al 70 per cento: stipendi di giocatori e allenatori, ammortamenti dei trasferimenti e commissioni devono quindi restare entro una quota inferiore rispetto all’85 per cento consentito dalla Premier.
Questo significa che Manchester City, Arsenal, Liverpool o qualsiasi altro club inglese qualificato alle coppe può essere perfettamente dentro il limite della Premier ma avere comunque un problema con quello UEFA.
La differenza del 15 per cento è voluta. La Premier sostiene che i club che non partecipano alle competizioni europee devono poter spendere una quota leggermente superiore dei propri ricavi per provare a colmare la distanza dalle società che ricevono ogni anno i premi UEFA.
La Premier adesso controlla anche se un club può reggere uno shock
Lo Squad Cost Ratio non è l’unico pezzo del nuovo sistema. Le regole SSR provano a rispondere a una domanda diversa: anche se un club rispetta il limite sulla squadra, è abbastanza solido da pagare i propri impegni se qualcosa va storto?
La Premier applica tre test. Il primo controlla che durante la stagione il club mantenga almeno 12,5 milioni di sterline di risorse immediatamente disponibili, considerando anche determinate linee di credito e crediti rapidamente incassabili. Il secondo verifica la liquidità su un periodo più lungo simulando uno shock finanziario da 85 milioni di sterline, pensato per rappresentare eventi come una retrocessione o la mancata qualificazione alle coppe europee. Il terzo riguarda il rapporto tra passività e attività: nel 2026/27 non può superare il 90 per cento, limite destinato a scendere all’85 per cento nel 2027/28 e all’80 dal 2028/29.
È un cambiamento significativo rispetto al vecchio sistema. Un club non deve più soltanto dimostrare di non aver perso troppo denaro negli ultimi tre anni: deve dimostrare durante la stagione di poter sostenere il costo della squadra e contemporaneamente di avere una struttura finanziaria capace di assorbire problemi imprevisti.
E allora perché il City è un caso così diverso?
Perché il procedimento contro il Manchester City attraversa quasi tutti i livelli su cui si regge un sistema di controllo finanziario.
Non riguarda soltanto la quantità di denaro spesa. Riguarda il modo in cui alcuni ricavi sarebbero stati rappresentati nei bilanci, la natura di alcune sponsorizzazioni, i rapporti con soggetti collegati alla proprietà, la comunicazione dei compensi di allenatori e giocatori, il rispetto delle precedenti regole Premier e UEFA e la collaborazione con chi stava conducendo l’indagine. Sono questioni diverse, ma hanno tutte lo stesso punto di partenza: una regola finanziaria funziona soltanto se i numeri utilizzati per applicarla sono affidabili.
Il passaggio dalle PSR allo Squad Cost Ratio non chiude quindi il capitolo del City. Le nuove regole valgono per il futuro; le eventuali violazioni commesse sotto i regolamenti precedenti continuano a essere giudicate sulla base delle norme allora in vigore. La Premier lo ha specificato espressamente introducendo il nuovo sistema nel 2026.
Ed è probabilmente questo il modo più semplice per leggere l’intera vicenda. Il fair play finanziario non dice a tutti i club quanto possono spendere in assoluto. Stabilisce quanto possono spendere rispetto alla propria capacità economica e cerca di verificare che quella capacità economica sia reale. Nel caso Manchester City, il secondo problema è almeno importante quanto il primo.
