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Due pesi, due misure: il problema degli arbitri (e del VAR) non è solo sbagliare

Di Guglielmo Timpano

L’espulsione di Malen in Como-Roma riapre una questione che riguarda tutta la Serie A: perché interventi apparentemente simili vengono puniti con il rosso, il giallo o senza alcuna sanzione? Il regolamento è lo stesso, ma la sua applicazione non sempre lo è.

L’11 ottobre, al 53° minuto di Como-Roma, Donyell Malen cerca di recuperare un pallone perso e interviene in scivolata su Kaiki. L’arbitro Michael Fabbri estrae immediatamente il cartellino rosso. L’attaccante olandese lascia il campo, il VAR non richiama il direttore di gara e la Roma resta in dieci per quasi tutto il secondo tempo. Finirà 0-0, con i giallorossi che perdono il primo posto in classifica.

L’intervento è pericoloso, e su questo ci sono pochi dubbi. Malen entra in velocità, con la gamba tesa e i tacchetti esposti. Sfiora anche il pallone, ma non è sufficiente a rendere regolare il contrasto. Luca Marelli, ex arbitro e commentatore di DAZN, considera corretta l’espulsione. Gianpaolo Calvarese, anche lui ex arbitro, osserva invece che, rivedendo le immagini, il punto di contatto appare più basso di quanto sembrasse in diretta. Non ritiene comunque che ci fossero gli estremi per un intervento del VAR.

Un intervento può essere pericoloso anche senza colpire pienamente l’avversario, e un cartellino rosso può essere tecnicamente sostenibile senza essere l’unica interpretazione possibile dell’episodio.

Il problema emerge quando si confronta questa decisione con altre prese dagli arbitri italiani negli ultimi campionati. Perché non è difficile trovare interventi con caratteristiche simili, talvolta con punti di contatto persino più alti, puniti in maniera molto diversa.

Il precedente di Berardi, e quello che disse Rocchi

Il 23 settembre 2023, durante Sassuolo-Juventus, Domenico Berardi entra con i tacchetti sulla gamba di Gleison Bremer, colpendolo sopra la caviglia. L’arbitro Andrea Colombo lo ammonisce. Il VAR controlla l’episodio ma non interviene, e la partita prosegue con entrambi i giocatori in campo.

Qualche giorno dopo, nella trasmissione Open VAR, il designatore Gianluca Rocchi riconosce che la decisione era sbagliata: secondo la commissione arbitrale, Berardi avrebbe dovuto essere espulso. La conversazione tra gli arbitri, resa pubblica durante il programma, mostra però quanto contasse la valutazione del contatto: in sala VAR era stato considerato alto, ma non sufficientemente violento da correggere la decisione presa sul campo.

È un precedente importante perché non si tratta soltanto di due interpretazioni giornalistiche. È la stessa struttura arbitrale ad aver riconosciuto, successivamente, che un intervento punito con il giallo meritava il rosso.

C’è anche un particolare curioso: l’addetto al VAR di quella Sassuolo-Juventus era proprio Michael Fabbri, l’arbitro che tre anni dopo avrebbe espulso Malen a Como. Non significa che le due decisioni siano automaticamente contraddittorie, dato che i ruoli e le responsabilità erano diversi. Mostra però come uno stesso tipo di intervento possa essere valutato diversamente anche da ufficiali di gara molto esperti.

I dieci centimetri che cambiano un cartellino

Un altro esempio arriva da Parma-Juventus del 1° febbraio 2026. Weston McKennie sbaglia un controllo, tenta di recuperare il pallone e colpisce Mariano Troilo. L’arbitro Francesco Fourneau estrae il giallo.

Intervenendo a Open VAR, il componente della Commissione Arbitri Nazionale Mauro Tonolini difende la decisione, pur definendo l’episodio molto vicino al limite dell’espulsione.

La spiegazione è particolarmente interessante: «Sarebbero bastati 10 centimetri più in alto come punto di contatto per virare su una situazione differente».

La frase chiarisce quanto l’altezza dell’impatto possa incidere sulla valutazione disciplinare. Non significa però che esista una soglia regolamentare fissata in centimetri: il punto di contatto è uno degli elementi che contribuiscono a determinare la pericolosità di un intervento, insieme alla velocità, alla forza e alla posizione della gamba.

Proprio per questo il confronto con Malen è significativo. Nel caso dell’attaccante della Roma, Marelli parla di un contatto poco sopra la caviglia e riconosce che Kaiki non viene colpito in pieno. A giustificare il rosso, nella sua analisi, sono soprattutto il ginocchio rigido, i tacchetti esposti e la velocità dell’intervento.

Se in un episodio prevale l’altezza del contatto e in un altro la dinamica complessiva, la differenza può essere tecnicamente spiegabile. Ma deve essere riconoscibile anche per chi osserva le due azioni. Altrimenti diventa difficile capire quando un fallo oltrepassi davvero il limite tra ammonizione ed espulsione.

Lookman su Fofana: quando non arriva neppure il giallo

Il 28 ottobre 2025, durante Atalanta-Milan, Ademola Lookman interviene in ritardo su Youssouf Fofana, colpendolo nella zona tra la caviglia e la tibia con i tacchetti esposti. L’arbitro Daniele Doveri assegna il calcio di punizione ma non estrae alcun cartellino.

Sei minuti dopo, Lookman segna il gol dell’1-1. L’episodio verrà successivamente inserito dalla Gazzetta dello Sport tra quelli contestati dal Milan nel corso della stagione.

Anche Marelli, commentando l’intervento a DAZN, ritiene che sarebbe stato opportuno ammonire l’attaccante dell’Atalanta. La sua valutazione, dunque, non equivale a considerare quel fallo necessariamente da espulsione.

È una distinzione importante. Non possiamo affermare che Lookman e Malen abbiano commesso esattamente lo stesso fallo: la forza esercitata, la direzione dell’intervento e il grado di rischio possono essere differenti. Possiamo però osservare che entrambi gli episodi presentano elementi che richiedono una valutazione disciplinare e che il risultato è stato radicalmente diverso: nessuna ammonizione per il primo, espulsione diretta per il secondo.

La distanza tra queste due decisioni è difficile da spiegare soltanto attraverso l’altezza del contatto.

Il caso Pavlović e la differenza tra pericolo e conseguenze

Un altro episodio risale al 18 febbraio 2026, durante Milan-Como. Ignace Van der Brempt colpisce duramente alla tibia Strahinja Pavlović. L’arbitro Maurizio Mariani non estrae alcun cartellino. Il difensore del Milan riesce a concludere il primo tempo, ma all’intervallo viene sostituito e successivamente sottoposto ad accertamenti medici.

L’episodio provoca le proteste del Milan, che nei giorni seguenti contatta i vertici arbitrali per manifestare il proprio malcontento sulle decisioni subite nelle ultime partite.

Anche qui occorre distinguere due questioni. Un infortunio non dimostra automaticamente che un contrasto fosse da espulsione. Un intervento può provocare conseguenze fisiche importanti senza essere necessariamente commesso con forza eccessiva. Allo stesso modo, un fallo molto pericoloso può non causare alcun danno soltanto perché il giocatore colpito riesce a spostarsi in tempo.

È proprio quello che Marelli sottolinea nell’analisi dell’espulsione di Malen: il fatto che Kaiki non venga colpito pienamente non riduce necessariamente la gravità del gesto.

Il confronto con Pavlović serve quindi a chiarire un principio: la sanzione dovrebbe dipendere dal pericolo creato dall’intervento, non dalla fortuna con cui l’avversario riesce a evitarne le conseguenze. Ma perché questo principio sia credibile deve essere applicato in modo riconoscibile anche quando il contrasto non produce un infortunio.

Cosa dice davvero il regolamento

Per capire se questi episodi siano stati giudicati con criteri diversi bisogna partire dalla Regola 12 dell’IFAB, l’organismo che stabilisce le regole del calcio.

Il regolamento distingue tre livelli di gravità di un intervento falloso:

  • Negligente: il calciatore agisce senza la necessaria attenzione. È prevista una punizione, ma non necessariamente un cartellino.
  • Imprudente: il calciatore interviene senza considerare adeguatamente il rischio per l’avversario. È prevista l’ammonizione.
  • Con forza eccessiva: il calciatore mette in pericolo l’incolumità dell’avversario o impiega una forza sproporzionata. È prevista l’espulsione.

Nel caso degli interventi per contendere il pallone, si parla di grave fallo di gioco quando la dinamica mette in pericolo la sicurezza dell’avversario o comporta un uso eccessivo della forza.

Non esiste dunque una regola che imponga automaticamente il rosso se il contatto avviene sopra la caviglia, né una disposizione che garantisca il giallo quando avviene più in basso. L’arbitro deve considerare l’intera azione.

Questo lascia aperta una questione: quanto spazio può esserci tra due interpretazioni prima che il criterio smetta di apparire uniforme?

Il VAR può confermare due decisioni opposte

Il caso Malen mette in evidenza anche un limite del VAR che spesso viene frainteso.

Il sistema non è stato progettato per garantire che ogni episodio simile venga giudicato con lo stesso cartellino. Il suo compito principale è correggere gli errori chiari ed evidenti dell’arbitro, oltre a intervenire su specifici episodi gravi sfuggiti agli ufficiali di gara.

Perciò, quando un arbitro mostra il rosso per un intervento al limite, il VAR può lasciarlo in vigore perché la scelta è sostenibile. In un’altra partita, davanti a un contrasto comparabile punito con il giallo, il VAR può non intervenire per la stessa ragione.

La procedura IFAB per il VAR nasce proprio dalla volontà di preservare l’autorità dell’arbitro sul campo. La versione 2026/27 ha ampliato alcuni casi nei quali può intervenire il video, includendo anche le seconde ammonizioni chiaramente errate, ma non ha eliminato il principio dell’errore chiaro ed evidente.

Il caso Berardi-Bremer dimostra che questo meccanismo non impedisce di lasciare in vigore una scelta successivamente giudicata sbagliata dalla stessa commissione arbitrale.

Ed è qui che si trova una delle principali contraddizioni percepite del sistema: il VAR può contribuire a rendere corretta una singola decisione senza riuscire a rendere coerenti le decisioni prese nell’arco di un campionato.

Anche in Como-Roma le interpretazioni cambiano

Sarebbe però riduttivo utilizzare Como-Roma soltanto per sostenere che la Roma sia stata penalizzata.

Nella stessa partita, al termine del primo tempo, Wesley entra in contatto con Assane Diao, lanciato verso la porta. Fabbri lascia proseguire il gioco.

Marelli considera sbagliata la decisione: a suo giudizio sarebbe stato necessario fischiare il fallo e ammonire il calciatore della Roma. Calvarese offre una lettura differente: il contatto, pur esistente, potrebbe non essere falloso perché Wesley tenta di evitare l’avversario.

Per altri commentatori il fallo c’è ed è da rosso diretto…

Sono tre interpretazioni diverse dello stesso episodio, formulate da addetti ai lavori e da ex arbitri che conoscono il regolamento. E non riguardano una squadra soltanto: nel corso della partita entrambe le formazioni hanno avuto motivi per contestare alcune decisioni.

Lo stesso vale per la trattenuta di Ramón su Malen che precede l’espulsione. Gasperini ritiene che Fabbri avrebbe dovuto fischiare quel fallo, e Calvarese considera possibile questa lettura. Ma un’eventuale trattenuta non rende automaticamente meno grave l’intervento successivo su Kaiki.

Semmai, aggiunge un altro elemento al dibattito sulla gestione complessiva della partita: quando un arbitro sceglie di lasciar correre un contatto e pochi istanti dopo interviene con la sanzione più severa, diventa ancora più importante poter spiegare chiaramente entrambe le scelte.

Il problema non è eliminare la discrezionalità

Gli arbitri non possono essere trasformati in esecutori di una tabella. Due contrasti non sono mai perfettamente identici e il regolamento deve lasciare spazio alla valutazione della dinamica, della forza e del rischio effettivo.

I casi esaminati rappresentano cinque episodi che mostrano quanto sia difficile, anche per chi segue abitualmente il calcio, riconoscere un criterio stabile nella valutazione dei contrasti pericolosi.

Trasmissioni come Open VAR, nelle quali vengono diffuse le conversazioni e le spiegazioni degli arbitri, possono ridurre questa distanza. Ma la trasparenza funziona soprattutto quando i criteri dichiarati in un episodio permettono di comprendere anche le decisioni successive.

L’espulsione di Malen, presa singolarmente, può essere giustificata attraverso il regolamento. Il punto è capire perché altri interventi con caratteristiche comparabili siano stati valutati con maggiore indulgenza, e soprattutto se quelle differenze siano spiegabili attraverso criteri applicati in modo costante.

Un errore arbitrale può capitare e può essere riconosciuto. Più difficile è accettare che, di fronte a una stessa categoria di interventi, giocatori, allenatori e spettatori non riescano a prevedere nemmeno quale sarà il metro di giudizio.

Il problema, insomma, non è stabilire che Malen dovesse necessariamente restare in campo. È fare in modo che la ragione per cui è stato espulso valga anche per il prossimo giocatore che entrerà nello stesso modo.