Seguici su Instagram

Il caso-Branthwaite e l’importanza del cervello nel recupero dagli infortuni

Di Guglielmo Timpano

La scienza considera plausibile che un infortunio lasci tracce nel controllo neuromuscolare e nella fiducia con cui si eseguono i gesti ad alta velocità

Jarrad Branthwaite ha giocato tutte le prime cinque partite di Premier League della stagione. L’anno scorso ne aveva disputate dieci in tutto. In mezzo ci sono stati vari problemi ai flessori e all’inguine, l’uscita in lacrime nel derby contro il Liverpool ad aprile e un periodo di tre o quattro settimane alla clinica MYOS di Monaco di Baviera.

Il dettaglio che ha attirato di più attenzione è quello raccontato dal giocatore dopo il ritorno nella Nazionale inglese: a Monaco hanno analizzato gli schemi di movimento e anche il cervello.

Branthwaite non ha spiegato quale test sia risultato anomalo, quale parametro sia cambiato dopo il trattamento o quale parte del programma abbia inciso di più. Ha usato una formula prudente: spera che abbia funzionato. Il suo buon inizio di stagione è un fatto; attribuirlo a un singolo elemento del lavoro svolto in Germania sarebbe un’ipotesi. Nell’intervista al Guardian ha ricordato anche la gestione progressiva dei carichi durante la preparazione estiva.

La domanda utile non è quindi se il cervello abbia guarito il muscolo. È un’altra: dopo che una lesione si è chiusa, il sistema che controlla quel muscolo può continuare a muoversi come se dovesse proteggerlo?

Che cosa significa “studiare il cervello”

La clinica MYOS descrive un neuro-assessment che osserva il contributo dei sistemi visivo, vestibolare e propriocettivo. La vista aiuta a leggere spazio e movimento; il sistema vestibolare contribuisce all’equilibrio e all’orientamento della testa; la propriocezione permette di sapere dove si trovano arti e articolazioni senza guardarli. La clinica usa poi esercizi di orientamento, reazione e coordinazione. È il metodo generale presentato da MYOS, non il referto personale di Branthwaite.

Questa distinzione conta perché nel racconto del giocatore si sovrappongono almeno quattro piani diversi. C’è la qualità delle informazioni sensoriali. C’è la rapidità con cui il cervello sceglie una risposta. C’è il modo in cui il sistema nervoso recluta i muscoli. E c’è la paura di farsi male di nuovo. Tutto passa dal cervello, ma non tutto è psicologia e non tutto si cura nello stesso modo.

Un difensore centrale non corre in laboratorio. Deve accelerare mentre controlla un attaccante, cambiare direzione dopo uno stimolo inatteso, frenare, saltare e tornare a sprintare. Un test può cercare una limitazione; la riabilitazione deve poi verificare se il gesto regge alla velocità e all’incertezza della partita.

Il muscolo può guarire prima del movimento

Nel 2013 Jackson Fyfe, David Opar, Morgan Williams e Anthony Shield proposero che dopo una lesione dei flessori possa persistere un’inibizione neuromuscolare. In termini semplici, il sistema nervoso può ridurre o modificare il reclutamento del muscolo come strategia protettiva. Con il tempo questa risposta potrebbe contribuire a debolezza eccentrica, atrofia selettiva e produzione di forza in posizioni diverse da quelle precedenti all’infortunio. Gli autori la definirono un meccanismo potenziale della recidiva, non una causa dimostrata in ogni atleta.

È l’ipotesi scientifica più vicina al caso di Branthwaite. Un giocatore può non avere più una lesione visibile e continuare a distribuire il carico in modo diverso: usare meno un muscolo, anticipare una frenata, irrigidire un segmento o cambiare la tecnica di corsa. Il movimento che lo ha protetto durante il dolore può restare anche quando il dolore non c’è più. E questo può causare l’incidenza di nuovi problemi in altre parti del corpo. Perchè ogni movimento inconsciamente indotto per salvaguardare un muscolo poi finisce per sovraccaricare un altro muscolo, o un’articolazione.

Lo Studio di Bramah

Uno studio prospettico pubblicato nel 2026 ha seguito 126 calciatori maschi di élite per sei mesi e ha trovato un’associazione tra alcuni aspetti della meccanica dello sprint e i successivi infortuni ai flessori. È un risultato importante perché il movimento è stato misurato prima della lesione, non ricostruito dopo. Ma resta un’associazione: uno schema di corsa può essere una causa, una conseguenza di altri fattori o soltanto un indicatore di rischio. Lo studio di Bramah e colleghi non dimostra che un deficit cerebrale produca l’infortunio.

La paura può cambiare come si torna a correre

Branthwaite ha descritto con precisione l’altra parte del problema. Dopo varie ricadute entrava in campo dubitando del proprio corpo e chiedendosi che cosa sarebbe successo. Non è una debolezza caratteriale: è una risposta frequente quando lo stesso gesto ha già provocato dolore e stop ripetuti.

Una revisione sistematica su 25 studi e 942 atleti ha trovato associazioni fra paura, ansia, fiducia ed esiti della riabilitazione. La qualità media degli studi era però moderata, con un rischio di bias non trascurabile. La revisione di Forsdyke e colleghi non chiariva la direzione del rapporto: la paura può ostacolare il recupero, ma un recupero incerto può anche alimentare la paura.

Un consensus del 2024 sulla psicologia degli infortuni sportivi ha raggiunto una conclusione simile. Le prove che i fattori psicologici influenzino riabilitazione e ritorno allo sport sono considerate moderate. Quelle sull’efficacia degli interventi psicologici e sulle strategie per migliorare la prontezza al rientro sono più deboli. Il documento non nega l’importanza della mente: dice che misurarne l’effetto clinico è più difficile di quanto suggeriscano molti racconti individuali.

Anche gli studi negativi sono utili. Nel trial BANG, pubblicato nel 2026, 161 giovani reduci dalla ricostruzione del legamento crociato sono stati divisi fra riabilitazione abituale e la stessa riabilitazione accompagnata da un programma psicologico online di 24 settimane. A dodici mesi era tornato allo sport il 36 per cento in entrambi i gruppi; i nuovi infortuni al crociato erano sei per gruppo. È una lesione diversa e non permette conclusioni sui flessori, ma mostra un punto generale: una teoria plausibile non garantisce che ogni intervento produca l’esito atteso.

La scienza vede il legame, non ha ancora la prova decisiva

Negli ultimi anni la neurocognizione è entrata soprattutto negli studi sul ginocchio. Una revisione sistematica del 2023 ha raccolto sei lavori sul rapporto tra funzioni cognitive e biomeccanica associata agli infortuni del legamento crociato. Quattro studi hanno trovato un legame fra prestazioni cognitive peggiori e movimenti considerati più rischiosi; uno non lo ha trovato e un risultato andava nella direzione opposta. Gli studi erano pochi e molto diversi tra loro.

È un filone promettente perché il calcio obbliga a muoversi mentre si osserva, si decide e si reagisce. Giustifica esercizi meno prevedibili e più vicini alla partita. Non dimostra definitivamente, però, che testare vista periferica, equilibrio o propriocezione riduca le recidive muscolari nei calciatori professionisti.

Per i flessori, le prove più dirette restano su altri aspetti: forza eccentrica, lavoro a lunghe lunghezze muscolari, progressione della corsa, esposizione controllata alla velocità massima, stabilizzazione e gestione del carico. Una meta-analisi del 2019 su 8.459 atleti ha concluso che i programmi comprendenti il Nordic Hamstring Exercise riducevano fino al 51 per cento il tasso di infortuni ai flessori. Il risultato riguarda programmi complessivi e non garantisce protezione a ogni atleta, ma poggia su una base più solida di quella disponibile per il neuro-training.

Anche il consensus internazionale sulla riabilitazione dei flessori insiste su un percorso individualizzato, forza, corsa progressiva, sprint e criteri funzionali per il rientro. Una revisione più recente chiede inoltre di distinguere struttura lesionata, sede, meccanismo, capacità di attivazione e carichi precedenti, invece di trattare tutti gli infortuni come se fossero uguali. È l’approccio “tailor-made” che rende credibile un programma ampio come quello seguito da Branthwaite: non perché sostituisca il lavoro fisico, ma perché prova ad aggiungere informazioni.

L’ipotesi reale sul caso Branthwaite

Le fonti disponibili consentono di formulare un’ipotesi, non di ricostruire una diagnosi. Dopo le ricadute, Branthwaite potrebbe avere mantenuto una o più strategie protettive: minore reclutamento dei flessori, distribuzione diversa del carico, schema di corsa meno efficiente o attenzione eccessiva ai segnali del corpo. A Monaco avrebbero cercato questi schemi osservando percezione e movimento; l’Everton avrebbe poi ricostruito con prudenza forza, corsa e volume di lavoro.

Se l’ipotesi fosse corretta, il miglioramento dovrebbe comparire su più livelli: test di forza e attivazione, tecnica dello sprint, esposizione all’alta velocità, fiducia nel gesto e soprattutto disponibilità nel tempo. Nessuno di questi dati individuali è stato pubblicato.

Le cinque presenze su cinque e il ritorno in Nazionale sono quindi un primo indizio, non la controprova. Branthwaite ha svolto più trattamenti nello stesso periodo; il tessuto ha avuto tempo per guarire; il carico è stato gestito; la stagione è appena cominciata. Non è possibile isolare il contributo del lavoro neurocognitivo. Resta però un fatto: il giocatore, come evidenziato dall’intervista al Guardian, attribuisce un gran valore all’aspetto mentale del lavoro svolto.

Per trasformare il caso in evidenza servirebbero dati pre e post, almeno una stagione senza ricadute e il confronto con altri calciatori sottoposti a protocolli simili. Servirebbero soprattutto una serie di casi, perché una singola storia può generare un’ipotesi ma non verificarla.

Il punto interessante resta. La riabilitazione moderna non finisce quando il muscolo appare guarito. Deve capire se il giocatore ha recuperato forza, velocità, coordinazione e la disponibilità a compiere il gesto senza protezioni inutili. La clinica di Monaco ha lavorato in questa zona intermedia. Il cervello conta perché organizza il movimento e attribuisce sicurezza o minaccia a ciò che il corpo sta facendo. Quanto conti nel prevenire una nuova lesione ai flessori o altri danni collaterali, e quali esercizi riescano davvero a modificarne l’effetto, è ancora una domanda aperta.

Fonti principali