Seguici su Instagram

La nazionale dello Yemen non gioca mai in casa

Di Guglielmo Timpano

La squadra di Noureddine Ould Ali arriva alla Gulf Cup mentre il conflitto ha costretto oltre 130 mila persone a lasciare le proprie abitazioni nel solo mese di settembre. A Gedda troverà molti tifosi yemeniti, ma nessuna partita può davvero restare separata da ciò che accade alle famiglie dei calciatori.

La federazione yemenita ha raccontato l’ultima seduta prima della Gulf Cup come farebbe qualsiasi federazione: lavoro fisico, indicazioni tattiche e rifinitura sul campo secondario della King Abdullah Sports City di Gedda. Il torneo comincia il 23 settembre e lo Yemen esordirà il giorno successivo contro gli Emirati Arabi Uniti. Nel gruppo ci sono anche il Qatar, campione d’Asia, e il Bahrain, detentore della coppa.

La preparazione, però, non è quella di una nazionale come le altre. Lo Yemen è stato il primo degli otto partecipanti ad arrivare in Arabia Saudita, proprio mentre gli scontri tra gli Houthi e le forze sostenute da Riad tornavano a intensificarsi. Il 22 settembre l’UNHCR ha detto che più di 130 mila persone erano già state costrette a spostarsi dall’inizio del mese. Oltre tremila avevano attraversato il Mar Rosso in barca e l’agenzia delle Nazioni Unite stimava altri centomila possibili sfollati nei tre mesi successivi.

È dentro questo contesto che lavora Noureddine Ould Ali, allenatore algerino dello Yemen dal 2024. Prima aveva guidato la Palestina, anche nella Coppa d’Asia del 2019. In un’intervista concessa a Reuters alla vigilia del torneo si è definito, riprendendo un soprannome che gli è stato attribuito negli anni, un «allenatore d’emergenza»: uno abituato a preparare partite quando spostamenti, convocazioni e vita quotidiana dipendono da condizioni che una nazionale non può controllare.

La sua esperienza non rende più semplice la situazione dei giocatori. Ould Ali ha spiegato che non esiste un metodo per misurare allo stesso modo ciò che il conflitto produce su ciascun calciatore e sulla sua famiglia. Ha poi sintetizzato il limite del proprio lavoro con una frase meno rassicurante di molti discorsi sul potere dello sport: «Alla fine siamo esseri umani». Un allenatore può organizzare una seduta e fissare gli obiettivi; non può isolare lo spogliatoio dalle notizie che arrivano da casa.

Una nazionale costruita fuori dal proprio Paese

Lo Yemen non disputa partite internazionali sul proprio territorio dal 2011, a causa della situazione di instabilità politica e della successiva guerra civile. Ogni incontro indicato formalmente come casalingo deve essere organizzato altrove (Arabia Saudita, Kuwait…), con costi aggiuntivi, meno pubblico e trasferte continue. Per questo la Gulf Cup di Gedda offre una circostanza insolita: l’Arabia Saudita ospita una numerosa comunità yemenita e la squadra potrà giocare una competizione ufficiale (non semplici amichevoli o gare di qualificazione) davanti a molti sostenitori, pur senza essere davvero in casa.

Ould Ali ha provato a sdrammatizzare parlando della lingua comune, del mandi — un piatto diffuso nella penisola arabica — e dell’umidità di Gedda, simile a quella di Aden. Dietro la battuta c’è un problema organizzativo stabile. Per lo Yemen adattarsi a un altro Paese non è un’eccezione del calendario: è il modo normale di svolgere l’attività internazionale.

Anche la composizione della squadra racconta questa dispersione. Tra i convocati c’è D’Mani Mellor, attaccante di 26 anni nato a Manchester, cresciuto nelle giovanili del Manchester United e oggi al Forest Green Rovers, nella quinta divisione inglese. Ha origini yemenite e arriva da un percorso culturale e calcistico molto diverso rispetto a quello dei compagni. La sua convocazione rientra nel tentativo di ampliare la selezione attraverso i giocatori della diaspora, una risorsa importante per una federazione che non può sviluppare il proprio movimento in condizioni regolari.

La Gulf Cup non è un allenamento

Lo Yemen si è qualificato alla Coppa d’Asia del 2027 battendo il Libano per 2-0 il 4 giugno e chiudendo al primo posto il proprio girone. L’AFC ha definito quella vittoria il risultato che ha completato il quadro delle 24 qualificate. Dopo avere mancato l’edizione del 2023, la nazionale tornerà quindi nel principale torneo continentale e affronterà Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti e Vietnam.

La tentazione sarebbe considerare la Gulf Cup una preparazione in vista di gennaio. Ould Ali ha respinto questa lettura: ha detto di preparare il torneo «al 400 per cento» e di voler pensare alla Coppa d’Asia soltanto dopo. Non è solo linguaggio motivazionale. Una squadra che gioca sempre lontano dal proprio Paese dispone di poche competizioni nelle quali costruire continuità, attirare pubblico e mostrare ai giocatori della diaspora che esiste un progetto riconoscibile.

Il compito sportivo resta complicato. La Gulf Football Federation ha collocato lo Yemen nel gruppo con tre nazionali più attrezzate e solo le prime due accederanno alle semifinali. Ould Ali sostiene di preferire avversari superiori perché obbligano i suoi calciatori ad alzare il livello. È anche il modo più concreto per evitare che il contesto trasformi automaticamente la squadra in un simbolo e le tolga il diritto di essere giudicata per come gioca.

Il rischio opposto è usare il calcio per addolcire ciò che sta accadendo. La Gulf Cup non restituisce allo Yemen uno stadio, non rende sicure le famiglie dei giocatori e non modifica una crisi umanitaria per la quale il piano dell’UNHCR risultava finanziato per meno del 20 per cento prima dell’ultima escalation. Può offrire novanta minuti, un pubblico vicino e un obiettivo comune. Sono elementi reali, ma hanno confini precisi.

Quando lo Yemen entrerà in campo contro gli Emirati, la parte più insolita non sarà il divario tecnico. Sarà vedere una nazionale nominalmente ospite cercare tra gli spalti di Gedda il pubblico che non può incontrare nel proprio Paese. Per molte squadre giocare fuori casa è una condizione temporanea. Per lo Yemen è diventata l’unica disponibile.