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La trattenuta su Rowe e il VAR che non si vede

Di Guglielmo Timpano

In Juventus-Atalanta, Pierre Kalulu ha tirato la maglia dell’attaccante dentro l’area. L’arbitro ha lasciato correre e non è stato richiamato al monitor. Maurizio Sarri ha chiesto a che cosa serva la tecnologia se non interviene in un caso del genere. Il protocollo spiega perché la sala VAR può controllare un episodio e restare in silenzio; non elimina la discussione su dove debba essere fissata la soglia.

Juventus-Atalanta era da poco passata sull’1-0 quando Charles De Ketelaere ha servito Jonathan Rowe in area. Pierre Kalulu, alle sue spalle, ha afferrato la maglia dell’attaccante e l’ha tirata mentre Rowe provava a proseguire l’azione. Il tessuto si è allungato in modo visibile. Rowe è caduto, l’arbitro ha lasciato giocare e la partita è ripresa senza una revisione al monitor.

L’episodio è avvenuto intorno alla mezz’ora, pochi minuti dopo il gol di Francisco Conceição. La Juventus ha poi vinto 2-0, con il raddoppio di Bremer nella ripresa. Il risultato e il momento dell’azione spiegano la reazione dell’Atalanta, ma non bastano a stabilire se dovesse essere assegnato un rigore. Su questo punto è utile distinguere ciò che si vede nelle immagini da ciò che il protocollo richiede agli arbitri.

La trattenuta c’è. La questione arbitrale è se abbia intensità e conseguenze sufficienti per essere punita e, una volta che l’arbitro ha deciso di non intervenire, se quella valutazione costituisca un errore «chiaro ed evidente». Sono due passaggi diversi. Il secondo è quello che decide l’ingresso del VAR.

Che cosa ha detto Sarri

Nel dopopartita Maurizio Sarri ha usato un argomento più preciso della consueta protesta per un rigore non dato. Ha detto di preferire l’impiego meno invasivo del VAR visto in questo inizio di stagione rispetto alle revisioni frequenti dell’anno precedente. Ha però indicato la trattenuta su Rowe come il punto oltre il quale quella prudenza, secondo lui, smette di essere utile.

«Se l’arbitro non viene richiamato per una trattenuta così plateale, forse è il momento di abolirlo», ha detto nella conferenza stampa post partita. Il senso della frase non è che il VAR debba sostituire l’arbitro in ogni contatto. Sarri sostiene l’opposto: accetta una soglia alta, ma ritiene che questo episodio l’abbia superata.

È una posizione discutibile, non una certificazione dell’errore. Al 21 settembre non risulta una valutazione pubblica dell’AIA che definisca sbagliata la decisione presa in campo. Le immagini mostrano il gesto; la misura della sua incidenza sull’azione resta una valutazione arbitrale.

Il VAR può controllare senza mandare l’arbitro al monitor

La parte meno intuitiva del sistema riguarda ciò che il pubblico non vede. Il protocollo dell’IFAB prevede che il VAR controlli automaticamente ogni possibile episodio da rigore, oltre a gol, espulsioni dirette e scambi di persona. Questo controllo non coincide con una revisione al monitor.

Quando dalla sala video non emerge un probabile errore chiaro ed evidente, il controllo può chiudersi senza interrompere il gioco. È il cosiddetto silent check. Nella maggior parte dei casi il VAR non deve nemmeno comunicare l’esito all’arbitro. Perciò l’assenza del gesto del rettangolo e della corsa verso il monitor non dimostra che l’azione sia stata ignorata.

La sequenza prevista è questa: l’arbitro prende una decisione iniziale, in questo caso specifico quella di lasciare proseguire; il VAR guarda le immagini; se ritiene probabile un errore chiaro ed evidente, suggerisce una revisione; l’arbitro decide se avviarla e conserva comunque l’ultima parola. Nei casi soggettivi, come l’intensità di una trattenuta, il protocollo considera appropriata la revisione sul campo. Ma il monitor viene usato soltanto dopo che è stata superata la soglia necessaria per riaprire la decisione.

È quindi plausibile che l’episodio Rowe-Kalulu sia stato controllato e che dalla sala VAR sia arrivata la conferma silenziosa della scelta presa sul terreno di gioco. Non conosciamo le comunicazioni tra gli ufficiali e non possiamo ricostruire da fuori quale criterio concreto abbia escluso l’intervento.

La differenza tra vedere un contatto e correggere una decisione

Il VAR non è stato progettato per decidere da zero ogni episodio. Il principio dell’errore chiaro ed evidente serve a evitare che un secondo arbitro sostituisca continuamente il giudizio del primo con il proprio. È il motivo per cui due persone possono vedere la stessa trattenuta, valutarla in modo diverso e lasciare invariata la decisione senza violare automaticamente il protocollo.

Qui nasce la difficoltà. Nei casi fattuali (un fuorigioco, il punto esatto di un contatto, il pallone uscito o meno) le immagini possono dare una risposta misurabile. Una trattenuta richiede invece di giudicare durata, intensità, effetto sulla corsa e possibilità del giocatore di proseguire. Il video rende più evidente il gesto, ma non trasforma quelle valutazioni in un dato oggettivo.

L’immagine della maglia di Rowe allungata dalla mano di Kalulu ha una forza immediata. Non mostra da sola quanto quella presa abbia determinato la caduta. È proprio questa distanza tra evidenza visiva e valutazione tecnica a rendere l’episodio adatto a una discussione sulla soglia, più che a una sentenza costruita su un fotogramma.

Perché il problema è tornato adesso

Nelle prime cinque giornate di campionato si è diffusa l’impressione di un VAR meno presente. Il 21 settembre Sky Calcio Club ha dedicato una discussione al «VAR spento», partendo dalla riduzione dei richiami e dal rischio opposto: intervenire meno non dovrebbe significare rinunciare a correggere gli errori per i quali la tecnologia esiste.

Una soglia più alta produce un vantaggio riconoscibile. Riduce le pause, limita la rilettura al rallentatore di ogni contatto e restituisce peso alla decisione presa in campo. Produce però anche un costo: se non è chiaro quali episodi superino quella soglia, casi simili possono essere percepiti come trattati in modo diverso.

Sarri ha colto questa contraddizione. Non ha chiesto il ritorno a un VAR che arbitri la partita al posto del direttore di gara, deriva che stava prendendo nelle scorse stagioni. Ha chiesto perché una trattenuta che considera evidente non sia stata ritenuta abbastanza evidente da riaprire la decisione. La sua provocazione funziona perché mette alla prova il criterio scelto, non soltanto l’esito dell’azione.

Che cosa succede a Lissone

Le partite di Serie A sono seguite dal centro VAR dell’International Broadcast Centre di Lissone, inaugurato nel 2021. La Lega Serie A lo descrive come il centro nel quale vengono gestiti i flussi video, audio e dati delle competizioni. Gli ufficiali video ricevono le immagini televisive, possono selezionare angolazioni e velocità diverse e comunicano con l’arbitro attraverso il sistema radio.

Anche qui serve una distinzione. La disponibilità di molte immagini non obbliga il VAR a scegliere la decisione che ritiene migliore. Deve prima stabilire se quella presa in campo sia chiaramente sbagliata. Nel caso Rowe, il tema non è quindi se a Lissone abbiano visto la maglia tirata: il controllo automatico rende ragionevole ritenere che l’abbiano vista. Il tema è perché quel gesto non abbia prodotto una raccomandazione di revisione.

Senza la pubblicazione degli audio o una spiegazione tecnica dell’AIA, la risposta resta affidata al protocollo generale e alle interpretazioni successive. È questo il punto che alimenta la polemica: il controllo può essere avvenuto correttamente, ma all’esterno rimane quasi invisibile.

La domanda lasciata da Juventus-Atalanta

La trattenuta su Rowe dimostra quanto sia difficile spiegare un sistema fondato su una soglia qualitativa. Il pubblico vede il contatto; l’arbitro valuta l’azione; il VAR decide se quella valutazione sia abbastanza sbagliata da dover essere corretta con un “viaggio al monitor”. Il passaggio più importante è anche quello meno trasparente.

Il problema posto da Sarri si risolve chiarendo quali errori debbano essere considerati evidenti e applicando quel criterio con continuità. Se la soglia sale, il VAR interviene meno. Ma ogni volta che resta in silenzio su un’immagine forte come quella di Rowe, deve accettare che la discussione non riguardi soltanto il rigore: riguardi il motivo per cui la tecnologia è non è intervenuta a sostegno del direttore di gara.