Il CONI ha commissariato la Federcalcio per il mancato tesseramento del presidente al momento della candidatura. Ma a guidare la transizione sarà lo stesso Malagò: ecco come si è arrivati al paradosso
La FIGC è stata commissariata, Giovanni Malagò non è più formalmente il suo Presidente e la Federazione è stata, come si dice in gergo tecnico, “commissariata”, ovvero un commissario straordinario la guiderà fino a nuove elezioni. Fin qui niente di strano, soprattutto per il mondo del calcio italiano, abituato a fare incetta di figuracce e scivoloni. La situazione diventa straordinaria, nel senso letterale del termine, ovvero fuori dall’ordinario, perché il commissario straordinario scelto è…Giovanni Malagò.
Sembra un gioco di parole, ma è la soluzione scelta il 6 ottobre dal CONI per chiudere una vicenda diventata progressivamente uno scontro sulle regole, sull’autonomia dello sport e sui rapporti tra Federcalcio, Comitato Olimpico e governo. Giunta e Consiglio Nazionale del CONI hanno approvato all’unanimità il commissariamento e affidato proprio a Malagò il compito di accompagnare la Federazione verso nuove elezioni. Comitato Olimpico Nazionale Italiano
Per capire come si sia arrivati a questo risultato bisogna tornare alle elezioni federali del 22 giugno. Dopo le dimissioni di Gabriele Gravina, arrivate ad aprile in seguito alla terza mancata qualificazione consecutiva dell’Italia ai Mondiali, la FIGC ha convocato una nuova assemblea elettiva. Malagò, sostenuto dalla Lega Serie A, si è presentato contro Giancarlo Abete, vincendo già al primo scrutinio con il 68,58 per cento dei voti, contro il 29,17 di Abete. Prima dell’assemblea la stessa FIGC aveva pubblicato l’elenco delle candidature specificando che Malagò era «in possesso di tutti i requisiti richiesti dallo Statuto Federale». FIGC
Il problema era che Malagò, al momento della candidatura, non risultava tesserato per la FIGC. Ed è proprio qui che nasce tutta la vicenda. L’articolo 29 dello Statuto federale stabilisce che possono essere eletti o nominati alle cariche della FIGC i soggetti che siano «in regola con il tesseramento alla data di presentazione della candidatura». La questione, apparentemente molto semplice, si è trasformata in una lunga disputa sull’interpretazione di quelle parole. FIGC
Il primo a sollevare formalmente il problema è stato Renato Miele, ex calciatore e avvocato che aveva tentato a sua volta di candidarsi alla presidenza. La FIGC aveva escluso Miele perché non aveva ottenuto l’accredito necessario da almeno una delle componenti federali; lui aveva contestato la propria esclusione e, contemporaneamente, l’ammissione delle candidature di Malagò e Abete. Tribunale Federale e Corte Federale d’Appello hanno respinto i suoi ricorsi, in parte per questioni di ammissibilità e legittimazione. Anche dopo l’elezione Miele ha continuato a contestarne la validità davanti alla giustizia sportiva. FIGC
È una distinzione importante: quei pronunciamenti non hanno chiuso definitivamente la questione interpretativa sul tesseramento. Durante l’estate il caso è arrivato, infatti, alla Procura federale della FIGC, guidata da Giuseppe Chinè. La posizione della Procura federale era sostanzialmente questa: la formula «in regola con il tesseramento» non imporrebbe necessariamente di essere già tesserati, ma significherebbe che chi possiede una tessera deve essere in regola con essa. Secondo questa lettura, quindi, l’assenza stessa del tesseramento non avrebbe reso Malagò incandidabile. ANSA.it
La Procura Generale dello Sport presso il CONI, guidata da Ugo Taucer, è arrivata, dal canto suo, a una conclusione diversa. A settembre ha respinto inizialmente la richiesta di archiviazione formulata dalla Procura FIGC, chiedendo ulteriori approfondimenti. Il punto era sostanzialmente logico oltre che giuridico: per essere «in regola con il tesseramento» occorrerebbe innanzitutto essere tesserati. Il 14 settembre Taucer ha archiviato la posizione personale di Malagò, ma ha trasmesso la questione al CONI chiedendo di valutare l’operato della Federazione e l’eventuale violazione dei principi fondamentali dell’ordinamento sportivo. Il problema, quindi, si è spostato dalla responsabilità individuale di Malagò alla regolarità della procedura con cui la FIGC aveva ammesso la sua candidatura. ANSA.it
A quel punto è entrato direttamente in scena Luciano Buonfiglio, presidente del CONI e successore dello stesso Malagò alla guida del Comitato Olimpico. Buonfiglio ha fatto acquisire diversi pareri giuridici e ha assunto una posizione sempre più netta: il requisito del tesseramento doveva essere rispettato. Il primo ottobre ha definito i pareri ottenuti dal CONI «granitici», affermando che Giunta e Consiglio avrebbero dovuto decidere «senza se e senza ma», insistendo sul fatto che l’amicizia personale con Malagò non potesse prevalere sulle regole. ANSA.it
Dall’altra parte Malagò sosteneva di avere seguito l’iter indicato dalla stessa Federazione, che aveva ammesso regolarmente la sua candidatura. Si era sempre detto «sereno» e aveva ricordato l’esistenza di precedenti nei quali il requisito era stato interpretato diversamente. Intorno a lui si era inoltre ricompattata una parte importante del sistema calcistico: la Lega Pro, per esempio, il primo ottobre aveva votato all’unanimità contro il commissariamento e a sostegno del presidente; anche la Serie A aveva continuato a sostenerlo. La Gazzetta dello Sport
In mezzo c’era poi il governo. Il ministro per lo Sport Andrea Abodi ha mantenuto per tutta la vicenda una posizione formalmente molto precisa: il caso doveva essere risolto dagli organismi sportivi e non dal governo, ma le regole dovevano valere per tutti. A settembre ha dichiarato di ritenere Malagò personalmente non responsabile di quanto accaduto, sottolineando però che proprio il sistema sportivo aveva stabilito quelle norme. Dopo la decisione del 6 ottobre Abodi ha ribadito che il CONI aveva agito nell’ambito della propria autonomia e che l’esecutivo avrebbe continuato a esercitare soltanto le proprie funzioni di vigilanza. ANSA.it
Il rischio, arrivati alla vigilia del voto del CONI, era quindi quello di una frattura molto più grande. Un commissariamento con un nome diverso da Malagò avrebbe probabilmente aperto una stagione di ricorsi e avrebbe diviso anche la stessa Giunta del Comitato Olimpico. Il 5 e 6 ottobre Buonfiglio e Malagò hanno quindi lavorato a una mediazione, con il presidente del Comitato Italiano Paralimpico Giunio De Sanctis presente all’incontro decisivo. La formula trovata ha consentito a Buonfiglio di far valere il principio secondo cui l’elezione di giugno non poteva restare in piedi, senza però attribuire a Malagò la responsabilità dell’errore. ANSA.it
Da qui nasce quello che appare come il grande paradosso della vicenda. Il CONI ha azzerato la presidenza nata dalle elezioni del 22 giugno, ma ha contemporaneamente scelto lo stesso Malagò come commissario. Buonfiglio lo ha spiegato dicendo di considerarlo «vittima di un malfunzionamento»: se l’errore era stato commesso nel controllo della candidatura, secondo il presidente del CONI non sarebbe stato giusto farne pagare personalmente le conseguenze a Malagò. «Perché doveva pagare lui?», ha detto Buonfiglio spiegando la nomina. LaPresse
Il commissariamento, quindi, non equivale alla conferma dell’elezione di giugno. Quell’assetto è terminato: sul sito della stessa FIGC Malagò risulta presidente dal 22 giugno al 6 ottobre e, da quella data, commissario straordinario. Ora esercita i poteri che gli sono stati affidati dal CONI per garantire il funzionamento della Federazione e soprattutto organizzare una nuova assemblea elettiva in condizioni che non lascino più dubbi sui requisiti dei candidati. FIGC
Formalmente il CONI ha stabilito che le nuove elezioni debbano svolgersi entro il 31 gennaio 2027. Malagò ha però già indicato il 14 dicembre 2026 come prima data utile e ha annunciato l’intenzione di procedere rapidamente. Potrà anche ricandidarsi, questa volta dopo avere sistemato il requisito che ha provocato l’intera crisi; e, visto il sostegno ricevuto dalle componenti che lo avevano eletto appena tre mesi e mezzo fa, parte da una posizione politicamente molto forte. FIGC
Malagò ha definito tutta la vicenda «triste e imbarazzante», sostenendo che alla fine abbia prevalso il buon senso. Buonfiglio ha invece detto che non ci sono stati vincitori o sconfitti e che «ha vinto lo sport», perché sarebbero state salvaguardate contemporaneamente le regole e l’autonomia del sistema. È probabilmente il modo più semplice per leggere il compromesso: il CONI ha stabilito che il problema formale esisteva, ma ha deciso che non fosse necessario cambiare l’uomo alla guida della FIGC per correggerlo. ANSA.it
Resta però un dato difficile da ignorare. Per oltre tre mesi il calcio italiano è stato guidato da un presidente che la stessa FIGC aveva certificato come pienamente candidabile, prima che gli organi superiori dello sport arrivassero alla conclusione opposta. Il commissariamento risolve l’impasse istituzionale e permette di tornare rapidamente al voto. Ma il caso Malagò lascia soprattutto una domanda sulla capacità degli organismi sportivi italiani di interpretare e applicare in modo univoco le proprie regole: perché, alla fine, per stabilire se servisse una tessera è stato necessario commissariare la più importante federazione sportiva del Paese.
