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Mbappé, Vinícius e la maglia per Ceuta: quando la solidarietà diventa una scelta individuale

Di Guglielmo Timpano

Prima di Elche-Real Madrid le due squadre sono entrate in campo con la scritta «Todos somos caballas». Mbappé e Vinícius l’hanno coperta; il club ha difeso la libertà dei giocatori e Mbappé ha spiegato di voler includere nel messaggio anche gli altri migranti.

Il gesto è durato pochi secondi, ma ha aperto una discussione che va oltre il calcio. Prima della partita tra Elche e Real Madrid, giocata martedì 15 settembre al Manuel Martínez Valero, i calciatori delle due squadre sono entrati in campo con una maglia bianca e la scritta «Todos somos caballas», cioè «siamo tutti di Ceuta». La parola caballas è il soprannome con cui vengono chiamati gli abitanti della città autonoma spagnola.

L’iniziativa era stata proposta dall’Elche e accettata dal Real Madrid come gesto di solidarietà verso Ceuta, dopo la crisi migratoria che a luglio aveva portato a oltre 70.000 attraversamenti irregolari dal Marocco, secondo la ricostruzione di Reuters. Il Real Madrid ha confermato sul proprio sito ufficiale che entrambe le squadre avevano indossato le maglie prima del fischio d’inizio.

La maggior parte dei giocatori ha mostrato il messaggio. Kylian Mbappé e Vinícius Júnior, invece, hanno tenuto la maglia arrotolata sulle spalle, impedendo di leggere la scritta, e l’hanno tolta poco dopo. Ibrahima Konaté, compagno di squadra al Real Madrid, l’ha tenuta in mano senza esporla. La scena è stata ripresa dalle telecamere durante l’ingresso in campo e ha trasformato un’iniziativa collettiva in un caso individuale.

La posizione del Real Madrid

Il Real Madrid non ha presentato il gesto dei suoi giocatori come una contestazione interna. Un dirigente del club ha spiegato a Reuters che la società aveva accettato la richiesta dell’Elche, ma aveva lasciato ai calciatori la libertà di decidere se indossare la maglia e mostrare il messaggio. La posizione del club era quindi doppia: sostegno istituzionale alla campagna e rispetto delle opinioni personali dei giocatori.

È una distinzione meno semplice di quanto sembri. Una squadra di calcio comunica spesso attraverso immagini collettive: undici giocatori in fila, la stessa maglia, lo stesso gesto. In quel momento, però, la divisa non era quella ufficiale della partita. Era un simbolo aggiuntivo, con un messaggio legato a una città e a una situazione migratoria precisa. Indossarla non equivaleva soltanto a rispettare una consegna organizzativa: significava rendere visibile una posizione pubblica.

Il club ha dunque scelto di non imporre un’adesione uniforme. La decisione ha evitato che la solidarietà istituzionale si trasformasse in un obbligo personale, ma ha anche prodotto l’effetto opposto: proprio l’immagine di Mbappé e Vinícius che coprono la scritta è diventata il contenuto più riconoscibile della serata.

La spiegazione di Mbappé

Il giorno successivo Mbappé ha spiegato le sue ragioni in un’intervista ad AS. L’attaccante ha detto di essere solidale con Ceuta e con le vittime della crisi, ma di aver voluto rivolgere il pensiero anche ai migranti morti o ancora costretti a vivere in condizioni difficili.

La frase che riassume la sua posizione è questa: non voleva «dare priorità alla sofferenza di un gruppo rispetto a un altro». Mbappé ha aggiunto di non essere contrario agli abitanti di Ceuta e di voler trasmettere un messaggio di pace e positività.

La sua spiegazione non cambia ciò che è successo davanti alle telecamere: la scritta non è stata mostrata. Aiuta però a separare il gesto dalla prima interpretazione automatica, quella secondo cui coprire la maglia significasse necessariamente rifiutare ogni forma di solidarietà verso Ceuta. Secondo il calciatore, il problema era il modo in cui il messaggio circoscriveva il sostegno, non l’idea di esprimere vicinanza alle persone coinvolte.

Resta una differenza tra intenzione e risultato. L’intenzione dichiarata da Mbappé era allargare il campo della solidarietà. Il risultato visivo è stato invece quello di sottrarsi a un messaggio preciso, in un contesto nel quale ogni dettaglio — una maglia mostrata, arrotolata o tolta — viene letto come una presa di posizione.

Perché Ceuta è diventata un tema politico

Ceuta è una città autonoma spagnola sulla costa nordafricana, circondata dal territorio marocchino e separata dal Paese da una frontiera esterna dell’Unione Europea. La sua posizione rende ogni discussione sulla migrazione inseparabile dai rapporti tra Spagna e Marocco.

La campagna «Todos somos caballas» è nata come iniziativa di solidarietà dopo gli arrivi irregolari di luglio ed è stata promossa dalla Valencian Business Association. Nei giorni successivi il messaggio è comparso in altri stadi spagnoli. Il Real Madrid aveva già organizzato un tifo con bandiere di Ceuta durante la partita di Champions League contro l’Inter, mentre il Barcellona ha scelto di non indossare le maglie nella gara contro il Levante. Reuters ha ricostruito le diverse reazioni dei club e dei giocatori.

Anche il caso di Ez Abde, giocatore marocchino del Betis, mostra quanto sia delicato il tema. Dopo aver indossato la maglia in una partita contro il Villarreal, Abde ha ricevuto commenti e insulti sui social. Ha risposto dicendo che il suo gesto era rivolto a una comunità e a una causa sociale, non a una posizione politica.

Il suo caso e quello di Mbappé vanno in direzioni diverse: uno ha mostrato il messaggio e ha dovuto difenderlo, l’altro lo ha coperto per evitare che la solidarietà fosse letta come una gerarchia tra sofferenze.

Il confine tra club e calciatori

Il caso di Elche-Real Madrid ripropone una questione ormai frequente nello sport: fino a che punto un club può parlare attraverso i propri giocatori? Le società hanno una voce istituzionale e possono aderire a campagne pubbliche. I calciatori, però, non sono automaticamente l’estensione delle loro comunicazioni, soprattutto quando il messaggio riguarda temi politici o sociali controversi.

Il Real Madrid ha difeso questa separazione. L’istituzione ha sostenuto la campagna; alcuni suoi giocatori non hanno voluto renderla visibile sul proprio corpo. Non è la stessa cosa che rifiutare l’iniziativa come club, come ha fatto il Barcellona, né è la stessa cosa che parteciparvi apertamente, come hanno fatto gli altri calciatori in campo.

La scelta di lasciare libertà ai singoli ha comunque un limite inevitabile: nel calcio la libertà individuale si manifesta davanti a milioni di persone e viene interpretata come una notizia. Mbappé e Vinícius non hanno rilasciato una dichiarazione prima della partita, ma il loro modo di indossare la maglia è diventato una dichiarazione visiva. Per questo Mbappé ha sentito la necessità di spiegarsi il giorno dopo.

Il punto non è stabilire se una maglia bianca possa risolvere una crisi migratoria. Non può farlo. Il punto è capire che cosa succede quando un messaggio collettivo viene affidato a persone che hanno il diritto di non farlo proprio.

In questo caso, Real Madrid ed Elche hanno scelto di mostrare solidarietà a Ceuta; Mbappé e Vinícius hanno scelto di non mostrare quella formula. Le due cose possono coesistere, ma non producono la stessa immagine.

Nel calcio, spesso, la parte più discussa di una campagna non è il messaggio scritto sulla maglia. È il gesto di chi decide se renderlo visibile.