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Quando tocca al secondo portiere

Di Guglielmo Timpano

Quando tocca al secondo portiere

Può trascorrere mesi senza giocare, poi un infortunio lo trasforma nel titolare. Da Goycochea a Martínez, le storie di chi ha cambiato la propria carriera partendo dalla panchina e cosa dice la ricerca sul lavoro di chi deve farsi trovare pronto.

L’infortunio di Mile Svilar ha restituito a Pierluigi Gollini una maglia da titolare che gli mancava da tempo. Il portiere della Roma, schierato titolare da Gian Piero Gasperini nella trasferta di Como, si è ritrovato a difendere la porta giallorossa dopo mesi trascorsi ad allenarsi senza giocare. È una situazione piuttosto comune per i secondi portieri, ma che nel calcio professionistico nasconde una difficoltà particolare: prepararsi ogni settimana come un titolare, pur sapendo che probabilmente non si scenderà in campo.

Un attaccante può entrare a venti minuti dalla fine, un centrocampista può alternarsi con un compagno, un difensore può trovare spazio attraverso le rotazioni. Per un portiere è diverso. Le sostituzioni durante la partita sono rare e, quando un allenatore trova un titolare affidabile, tende a cambiarlo il meno possibile. La riserva può trascorrere un’intera stagione con pochissime presenze, salvo ritrovarsi improvvisamente a giocare per un infortunio, una squalifica o un problema dell’ultimo momento.

La storia del calcio è piena di portieri che hanno vissuto questo passaggio. Alcuni hanno sfruttato l’occasione per diventare titolari e costruire una nuova carriera. Altri hanno giocato bene per qualche settimana, per poi tornare in panchina. Altri ancora sono stati ricordati soprattutto per un errore, magari commesso nella partita più importante.

Goycochea, da riserva a protagonista di un Mondiale

Uno degli esempi più importanti risale ai Mondiali di Italia 1990. L’Argentina, campione del mondo in carica, aveva come portiere titolare Nery Pumpido, protagonista del successo del 1986. Sergio Goycochea era invece arrivato in Italia come riserva, dopo essere salito nelle gerarchie per la rinuncia di Luis Islas alla convocazione.

Durante la seconda partita del girone, contro l’Unione Sovietica, Pumpido si fratturò la gamba destra. Goycochea dovette entrare in campo e prendere il suo posto per il resto del torneo.

Fino a quel momento aveva pochissima esperienza internazionale. L’Argentina, inoltre, aveva iniziato male il Mondiale, perdendo contro il Camerun, e non era considerata una squadra particolarmente brillante. Dopo l’infortunio di Pumpido, però, il nuovo portiere diventò uno dei protagonisti della sua sorprendente corsa verso la finale.

Ai quarti contro la Jugoslavia parò due rigori nella serie decisiva. In semifinale, al San Paolo di Napoli, ne neutralizzò altri due contro l’Italia, eliminando la nazionale di Azeglio Vicini. Complessivamente furono quattro parate ai rigori in un solo Mondiale, un record che la FIFA ha ricostruito in un approfondimento dedicato a Goycochea.

L’Argentina perse poi la finale contro la Germania Ovest, decisa dal rigore di Andreas Brehme. Ma senza le parate del suo secondo portiere probabilmente non ci sarebbe arrivata.

Quella di Goycochea rimane una delle dimostrazioni più evidenti di quanto un infortunio possa modificare le gerarchie di una squadra e, nello stesso tempo, la carriera di un giocatore. Partito come alternativa a un campione del mondo, terminò il torneo come uno dei protagonisti più riconoscibili della nazionale argentina.

Emiliano Martínez, dieci anni di attesa per cambiare carriera

Il percorso di Emiliano Martínez è stato molto più lungo. Arrivato all’Arsenal nel 2010, il portiere argentino ha trascorso gran parte dei dieci anni successivi tra la panchina e i prestiti a diversi club inglesi e spagnoli. Nel frattempo, il posto da titolare dei Gunners è passato attraverso diversi portieri, fino al tedesco Bernd Leno.

Il 20 giugno 2020, durante una partita contro il Brighton, Leno si è infortunato al ginocchio e ha dovuto abbandonare il campo. Martínez, che all’epoca aveva 27 anni, è entrato al suo posto. Come ha raccontato subito dopo al sito ufficiale dell’Arsenal, erano trascorsi tre anni dalla sua ultima presenza in Premier League.

L’infortunio del compagno gli ha permesso di giocare con continuità nelle settimane successive. Martínez è diventato così il portiere titolare dell’Arsenal nella parte conclusiva della stagione, fino alla finale di FA Cup, vinta il 1° agosto contro il Chelsea. Alcune settimane dopo è arrivato anche il successo nel Community Shield contro il Liverpool.

Quell’estate Martínez ha lsciato l’Arsenal per trasferirsi all’Aston Villa, dove avrebbe finalmente giocato da titolare con regolarità. Nel dicembre 2022 sarebbe diventato campione del mondo con l’Argentina, risultando decisivo anche nella finale contro la Francia.

In un’intervista concessa all’Arsenal prima del trasferimento, Martínez ha spiegato che in dieci anni aveva partecipato a diverse vittorie del club senza sentirle davvero proprie, perché quasi sempre era rimasto in panchina. L’infortunio di Leno gli aveva finalmente dato la possibilità di contribuire direttamente ai risultati della squadra.

Rispetto a Goycochea, la vicenda di Martínez racconta una conseguenza diversa della stessa situazione: non soltanto un torneo giocato da protagonista, ma una carriera rimasta a lungo in sospeso che cambia dopo un’occasione imprevista.

Adrián, da eroe della Supercoppa all’errore contro l’Atlético Madrid

Non tutte le storie dei secondi portieri seguono però un percorso di crescita.

Nell’agosto 2019 il Liverpool ha ingaggiato Adrián, portiere spagnolo di 32 anni rimasto svincolato dopo l’esperienza al West Ham. Il suo compito era sostituire Simon Mignolet come riserva del brasiliano Alisson Becker, uno dei migliori portieri del mondo.

Quattro giorni dopo l’arrivo di Adrián, durante la prima giornata di Premier League contro il Norwich, Alisson si è infortunato. Lo spagnolo ha dovuto entrare in campo e assumere immediatamente il ruolo di titolare.

Il 14 agosto, appena cinque giorni dopo, si è ritrovato a giocare la Supercoppa europea contro il Chelsea. La partita è terminata 2-2 dopo i supplementari e si è decisa ai rigori. Adrián ha parato l’ultimo tiro di Tammy Abraham, consegnando il trofeo al Liverpool. La UEFA in quell’occasione l’ha indicato tra i protagonisti della vittoria.

Sette mesi più tardi, sempre a causa di un altro infortunio di Alisson, Adrián è tornato titolare in una partita molto importante: il ritorno degli ottavi di Champions League contro l’Atlético Madrid.

Il Liverpool aveva perso l’andata 1-0, ma ad Anfield è riuscita a ribaltare il risultato portandosi sul 2-0 nei supplementari. Poco dopo, però, Adrián ha sbagliato un rinvio permettendo agli spagnoli di recuperare il pallone e segnare con Marcos Llorente. L’Atlético ha poi realizzato altri due gol, eliminando il Liverpool.

Il tecnico del Liverpool Jürgen Klopp, a fine gara, ha riconosciuto che il rinvio era stato sbagliato, ma nella conferenza stampa successiva ha evitato di attribuire l’intera sconfitta al suo portiere.

Il caso di Adrián è utile perché mostra due esiti opposti nella carriera dello stesso giocatore. Prima protagonista di un trofeo vinto, poi coinvolto nell’azione che ha cambiato una partita decisiva. Non ci sono elementi per affermare che l’errore sia dipeso dal poco minutaggio: anche i titolari sbagliano. Ma entrambe le occasioni erano nate dalla necessità di sostituire improvvisamente Alisson, con pochissimo margine per prepararsi attraverso le partite ufficiali.

Lunin, titolare per quasi tutta la stagione ma non nella finale più importante

Nel 2023 Andriy Lunin era il secondo portiere del Real Madrid, alle spalle di Thibaut Courtois. Il belga si è infortunato gravemente al ginocchio poco prima dell’inizio della stagione 2023/24 e il club ha acquistato Kepa Arrizabalaga in prestito dal Chelsea per sostituirlo.

Lunin, dunque, non è diventato immediatamente e automaticamente titolare. Inizialmente si è alternato con Kepa, poi ha conquistato il posto, giocando una parte importante della stagione.

Il 17 aprile 2024, nel ritorno dei quarti di Champions League contro il Manchester City, il Real Madrid è arrivato ai rigori dopo un pareggio per 1-1. Lunin ha parato le conclusioni di Bernardo Silva e Mateo Kovačić, contribuendo in modo decisivo alla qualificazione in semifinale.

La sua storia, però, ha avuto una conclusione particolare. Courtois è tornato disponibile per le ultime settimane di stagione e Carlo Ancelotti ha deciso di schierarlo nella finale di Champions League contro il Borussia Dortmund, vinta dal Real Madrid per 2-0. Lunin, che aveva contribuito in modo determinante al percorso europeo della squadra fino alla finalissima, è rimasto in panchina.

La vicenda dimostra un altro limite del ruolo di secondo portiere: un’ottima serie di prestazioni non garantisce il mantenimento del posto quando rientra il titolare. Nel calcio le gerarchie possono essere modificate temporaneamente da un infortunio e poi ristabilite, anche se chi ha giocato nel frattempo non ha deluso.

Schwarzer, chiamato a giocare una semifinale di Champions a 41 anni

Un esempio meno conosciuto riguarda Mark Schwarzer, portiere australiano che nel 2013 si è trasferito al Chelsea per fare da riserva a Petr Čech. Nell’aprile del 2014, durante l’andata della semifinale di Champions League contro l’Atlético Madrid, Čech si è infortunato alla spalla dopo un intervento su calcio d’angolo.

Schwarzer, allora quarantunenne, è entrato al suo posto dopo appena un quarto d’ora. Era soltanto la sua seconda presenza in Champions League.

È riuscito a mantenere la porta inviolata e il Chelsea ha pareggiato 0-0 in trasferta. Dopo la partita ha raccontato alla UEFA di non aver avuto molto tempo per riflettere su ciò che stava succedendo: era entrato e aveva cercato di fare il proprio lavoro.

Nella gara di ritorno il Chelsea ha perso 3-1 ed è stato eliminato. Schwarzer, comunque, aveva mostrato quanto l’esperienza accumulata negli anni potesse essere importante per una riserva chiamata a giocare in una partita di grande rilievo. È un caso diverso da quello di un giovane secondo portiere che deve ancora imparare a gestire determinate situazioni.

Cosa fa un secondo portiere per restare pronto

I casi di Goycochea, Martínez, Adrián, Lunin e Schwarzer hanno un elemento comune: tutti hanno dovuto adattarsi a una situazione diversa da quella prevista all’inizio della stagione. Ma la preparazione di un secondo portiere non può dipendere soltanto dall’eventualità che il titolare si faccia male.

Ogni settimana deve svolgere un lavoro tecnico e atletico sufficiente per affrontare una partita ufficiale, anche se sa che le probabilità di giocare sono ridotte. Il preparatore deve occuparsi della posizione del corpo, delle uscite, della capacità di intervenire su tiri ravvicinati, del gioco con i piedi e della lettura delle situazioni.

Su questo tema esistono studi specifici.

Nel 2020, una ricerca pubblicata sul Journal of Sports Sciences da Fabian Otte, Sarah-Kate Millar e Stefanie Klatt ha analizzato il lavoro di quindici preparatori di portieri professionisti. I ricercatori hanno individuato quattro capacità fondamentali per il ruolo: tecnica, atletismo, capacità decisionali e aspetti mentali della prestazione.

Lo studio ha evidenziato però una differenza tra ciò che gli allenatori consideravano importante e il modo in cui organizzavano alcune sedute. Nonostante la capacità di prendere decisioni fosse ritenuta essenziale, una parte consistente del tempo veniva dedicata agli esercizi tecnici isolati. Secondo i dati ripresi dal FIFA Training Centre, in alcuni casi si arrivava fino al 70 per cento dell’allenamento.

La ripetizione serve a perfezionare i movimenti, ma una partita presenta condizioni meno prevedibili. Un portiere può allenare ripetutamente il tuffo sulla destra, sapendo che il pallone arriverà da una determinata posizione. Durante una gara deve invece riconoscere la traiettoria, valutare il movimento degli avversari e decidere in una frazione di secondo se intervenire.

Per questo negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione verso esercitazioni che riproducono situazioni di gioco realistiche, con attaccanti, difensori e cambiamenti improvvisi. Non si tratta di sostituire il lavoro tecnico, ma di inserirlo in condizioni nelle quali il portiere debba anche prendere decisioni.

Un secondo studio del 2020 dedicato al riscaldamento prepartita, degli stessi ricercatori, ha analizzato undici riscaldamenti professionistici e intervistato sette preparatori. È emerso che le routine tendono a passare da esercizi relativamente semplici a situazioni più complesse e simili alla gara, adattandosi alle caratteristiche individuali del portiere.

Per una riserva che non gioca da mesi, quindi, è particolarmente importante che il lavoro settimanale non si riduca a una serie di parate o a esercizi senza avversari. Deve poter riconoscere situazioni tattiche, comunicare con la difesa e affrontare scelte il più possibile simili a quelle che troverà in partita.

L’intesa con i difensori non si costruisce soltanto in palestra

Il portiere moderno non è più soltanto il giocatore incaricato di fermare i tiri. Deve partecipare alla costruzione dal basso, muoversi in relazione alla linea difensiva e decidere quando uscire dall’area per intercettare un passaggio lungo.

Questo comporta un lavoro collettivo. Un difensore deve sapere quando il portiere può intervenire alle sue spalle, quando può ricevere un retropassaggio e quale tipo di soluzione preferisce sotto pressione.

Secondo il FIFA Training Centre, il ruolo dei preparatori dei portieri è cambiato anche per questa ragione. Se in passato gli allenamenti specifici venivano spesso svolti separatamente dal resto della squadra, oggi i portieri lavorano regolarmente con la linea difensiva e, in alcune esercitazioni, con l’intero gruppo.

È un aspetto particolarmente rilevante per i secondi portieri. Chi gioca ogni settimana sviluppa determinate abitudini con i propri difensori attraverso le partite. Chi rimane in panchina deve cercare di costruire la stessa intesa attraverso gli allenamenti, senza poter verificare con la stessa frequenza le proprie decisioni in gara.

La preparazione deve quindi riguardare non soltanto la qualità individuale, ma anche l’inserimento nei meccanismi della squadra.

La difficoltà di essere giudicati su pochissime partite

C’è infine una differenza tra il secondo portiere e gli altri giocatori di riserva: il numero limitato di occasioni nelle quali può dimostrare il proprio valore.

Un attaccante che sbaglia un gol può avere altre occasioni durante la stessa partita. Un centrocampista può compensare un passaggio sbagliato con una buona prestazione complessiva. Un portiere, invece, può affrontare soltanto due o tre tiri pericolosi e venire giudicato soprattutto per quello che non è riuscito a fermare.

Il problema si accentua quando si tratta di una riserva. Se gioca una sola partita dopo mesi di inattività, quella prestazione può influenzare in modo sproporzionato il giudizio sul suo rendimento, anche se il campione di partite è troppo piccolo per stabilire quanto sia realmente affidabile.

Le storie ricostruite mostrano che l’occasione può trasformarsi in qualcosa di molto diverso. Per Goycochea è diventata un Mondiale da protagonista. Per Martínez è stata l’inizio di una nuova fase della carriera. Per Adrián ha significato prima una Supercoppa vinta e poi un’eliminazione dolorosa. Per Lunin è stata la possibilità di dimostrare il proprio valore senza ottenere necessariamente una nuova posizione nelle gerarchie.

Il lavoro dei preparatori serve a ridurre, per quanto possibile, la distanza tra allenamento e gara. Non può però eliminarla del tutto, né garantire che una riserva riesca a giocare subito al massimo delle proprie possibilità.

È questa la particolarità del secondo portiere: deve prepararsi come se dovesse giocare domenica, anche se sa che molto probabilmente non accadrà. E quando finalmente viene chiamato in causa, le settimane o i mesi trascorsi in allenamento vengono messi alla prova in novanta minuti.