Il tempo effettivo in Serie A è aumentato e, secondo l’allenatore del Napoli, questo comporta un carico paragonabile a diverse partite supplementari. Il calcolo torna, ma cosa dicono gli studi scientifici sul rapporto tra minuti giocati, fatica e infortuni?
Massimiliano Allegri ha sollevato una questione che nel calcio si discute ancora poco: se una partita dura sempre 90 minuti, ma il pallone rimane in gioco più a lungo, i calciatori stanno lavorando più di prima?
Il 9 ottobre, durante la conferenza stampa alla vigilia di Napoli-Frosinone, l’allenatore ha collegato l’aumento del tempo effettivo in Serie A alle nuove indicazioni arbitrali introdotte da Daniele Orsato. Secondo Allegri, sei minuti in più a partita, moltiplicati per le 50 o 60 gare che può disputare un calciatore impegnato anche nelle coppe europee, finiscono per equivalere a sei o sette incontri supplementari.
Il ragionamento ha una sua logica. Tuttavia, per capire se Allegri abbia ragione, occorre distinguere tre questioni: quanto sia aumentato davvero il tempo effettivo, quanto questo aumento incida sul lavoro fisico dei calciatori e se esistano prove che lo colleghino a un maggior numero di infortuni.
La risposta, anticipando le conclusioni, è che Allegri ha sostanzialmente ragione sul calcolo dei minuti aggiuntivi, mentre le evidenze scientifiche non consentono di tradurli automaticamente in altrettante partite di fatica o in un rischio maggiore di infortunarsi. Gli studi mostrano invece un’associazione piuttosto solida tra recuperi brevi e aumento degli infortuni muscolari. Sono due fenomeni collegati, ma non identici.
Quanto è aumentato il tempo effettivo in Serie A
I dati ufficiali della Lega Serie A confermano sostanzialmente i sei minuti citati da Allegri. Nelle prime cinque giornate del campionato 2026/27 il tempo effettivo medio è stato di 59 minuti e 24 secondi a partita, contro i 53 minuti e 31 secondi dello stesso periodo della stagione precedente. Significa 5 minuti e 53 secondi in più, un aumento di circa l’11 per cento.
I numeri, pubblicati dalla Lega Serie A il 9 ottobre sulla base delle rilevazioni effettuate in collaborazione con Math&Sport, mostrano un cambiamento significativo. Per la prima volta, il campionato italiano ha registrato il maggiore incremento del tempo effettivo tra i cinque principali campionati europei, collocandosi al secondo posto per percentuale di gioco effettivo sulla durata complessiva degli incontri, con il 60,9 per cento.
L’aumento non dipende da partite più lunghe. Secondo la Lega, la durata complessiva degli incontri è rimasta sostanzialmente invariata, mentre quella media delle singole interruzioni è scesa da 27,6 a 23,8 secondi, con una riduzione del 13,7 per cento. Sono diminuiti anche i falli fischiati, passati da 26 a 22,74 a partita.
Le nuove indicazioni arbitrali hanno quindi raggiunto almeno uno degli obiettivi dichiarati: rendere il gioco più continuo, riducendo interruzioni e perdite di tempo.
Per valutare l’affermazione di Allegri, il dato è importante. L’allenatore non ha utilizzato un numero ipotetico o particolarmente generoso: i sei minuti aggiuntivi corrispondono, con pochi secondi di differenza, all’incremento registrato nelle prime cinque giornate.
Resta da capire se questa tendenza si manterrà nel corso del campionato e, soprattutto, quanto il tempo effettivo aggiuntivo incida sul carico fisico. Sei minuti in più con il pallone in movimento non equivalgono necessariamente a sei minuti di corsa intensa. Dipende dalla frequenza degli sprint, dalle accelerazioni, dalle fasi di gioco e dalle possibilità di recupero. È su questo secondo passaggio che le evidenze scientifiche richiedono maggiore prudenza.
Sei minuti in più sono davvero sei partite supplementari?
Dal punto di vista matematico, il calcolo di Allegri è ragionevole.
Se ipotizziamo un incremento costante di sei minuti effettivi a partita, un giocatore che disputa 50 incontri accumulerebbe 300 minuti aggiuntivi di gioco. Con 60 presenze arriverebbe a 360 minuti.
Prendendo come riferimento una partita con 55 minuti di tempo effettivo, questi valori corrispondono rispettivamente a circa 5,5 e 6,5 partite.
| Partite stagionali | Minuti effettivi aggiuntivi | Partite equivalenti* |
|---|---|---|
| 40 | 240 | 4,4 |
| 50 | 300 | 5,5 |
| 55 | 330 | 6 |
| 60 | 360 | 6,5 |
*Simulazione ipotetica con sei minuti aggiuntivi per partita e 55 minuti effettivi per incontro di riferimento. Presuppone che il calciatore disputi integralmente ogni partita e che l’incremento sia costante.
Allegri, dunque, non esagera nel descrivere la quantità di tempo supplementare. C’è però un passaggio che il calcolo non può dimostrare: 300 minuti effettivi distribuiti in 50 partite non producono necessariamente lo stesso affaticamento di cinque o sei partite aggiuntive.
Una gara supplementare richiede anche un riscaldamento, un nuovo impegno agonistico, una preparazione specifica e un successivo recupero. Sei minuti inseriti all’interno di una partita già programmata non hanno tutte queste caratteristiche.
Inoltre, il carico fisico non cresce necessariamente in proporzione al tempo effettivo. Dipende da ciò che il giocatore fa durante quei minuti, dal ruolo che occupa e dalle condizioni nelle quali affronta la gara.
Questo significa che l’equivalenza proposta da Allegri funziona se misuriamo il tempo, ma non può essere usata per misurare direttamente la fatica.
Il problema non sono soltanto i minuti, ma come vengono giocati
Per studiare la prestazione atletica nel calcio, i ricercatori distinguono il carico esterno, cioè l’attività fisica svolta, dal carico interno, che rappresenta la risposta dell’organismo a quello sforzo.
Il primo comprende la distanza percorsa, la velocità, gli sprint, le accelerazioni e le decelerazioni. Il secondo può essere valutato attraverso la frequenza cardiaca, la percezione soggettiva della fatica e altri parametri fisiologici.
Questa distinzione aiuta a comprendere perché due partite con lo stesso tempo effettivo possano risultare molto diverse.
Un centrocampista può trascorrere diversi minuti partecipando a una fase di possesso relativamente lenta. Un esterno, nello stesso intervallo, può effettuare ripetuti sprint per inseguire l’avversario, ripartire in contropiede e tornare nella propria metà campo.
Le frenate e i cambi di direzione, inoltre, sottopongono i muscoli a sollecitazioni che non vengono descritte adeguatamente dalla distanza totale percorsa.
Uno studio particolarmente utile è la revisione sistematica pubblicata nel marzo 2026 su Frontiers in Public Health, firmata da Yongli Xie e Xiaofei Cai. I ricercatori hanno esaminato 22 studi sul rapporto tra corsa ad alta velocità, sprint e infortuni nel calcio.
Dall’analisi emerge che gli aumenti improvvisi della quantità di corsa veloce, rispetto ai livelli abituali di un calciatore, possono essere associati a un rischio maggiore di infortunio. Al contrario, non è stata individuata una soglia assoluta di sprint o di chilometri ad alta velocità oltre la quale il rischio aumenti sistematicamente per tutti.
Gli autori invitano comunque alla cautela: 20 dei 22 studi esaminati presentavano un rischio elevato di distorsione dei risultati e le differenze nei metodi utilizzati non permettono conclusioni definitive.
Il risultato è importante per valutare la tesi di Allegri. Se il tempo effettivo aumenta soprattutto perché diminuiscono le interruzioni, ma non cresce significativamente il numero di azioni ad alta intensità, il carico supplementare potrebbe essere relativamente contenuto. Se invece i giocatori devono sostenere più sprint, transizioni e accelerazioni senza un adeguato adattamento atletico, l’effetto potrebbe essere maggiore.
Non disponiamo però di dati sufficienti per stabilire quale delle due situazioni descriva l’attuale Serie A.
Quello che sappiamo sugli infortuni: meno recupero può significare più rischi
Se il legame tra tempo effettivo e infortuni è ancora da dimostrare, quello tra calendario congestionato e problemi muscolari è stato studiato molto più approfonditamente.
Uno dei lavori più rilevanti è stato pubblicato nel 2013 sul British Journal of Sports Medicine da Håkan Bengtsson, Jan Ekstrand e Martin Hägglund: Muscle injury rates in professional football increase with fixture congestion.
Gli autori hanno analizzato i dati raccolti da 27 squadre professionistiche europee nell’arco di undici stagioni, confrontando l’incidenza degli infortuni in relazione ai giorni trascorsi tra un incontro e quello successivo.
Il risultato principale riguarda gli infortuni muscolari nelle partite di campionato: quando una squadra aveva avuto quattro giorni o meno di recupero, il tasso di infortuni muscolari risultava superiore del 32 per cento rispetto agli incontri preceduti da almeno sei giorni di riposo.
L’aumento riguardava in particolare i muscoli posteriori della coscia e i quadricipiti. Il dato è statisticamente significativo, ma va interpretato correttamente: si riferisce al confronto tra quelle due condizioni di recupero, non significa che ogni calciatore abbia una probabilità del 32 per cento di infortunarsi, né che ogni partita ravvicinata faccia aumentare automaticamente il rischio nella stessa misura.
Nello stesso studio, peraltro, il confronto tra partite separate da tre giorni o meno e quelle con intervalli superiori non aveva mostrato differenze significative. Un dettaglio che impedisce di ricavare una regola semplice e universale sul numero ideale di giorni di riposo.
Nel 2022 Richard Michael Page e altri ricercatori hanno pubblicato su Sports Medicine una revisione sistematica dedicata agli effetti del calendario congestionato sugli infortuni nel calcio professionistico maschile.
Dei suoi otto studi, cinque avevano rilevato un aumento dell’incidenza degli infortuni durante le partite disputate in periodi particolarmente congestionati. I risultati relativi agli allenamenti e all’incidenza complessiva degli infortuni erano invece meno uniformi.
La conclusione degli autori è che le partite ravvicinate tendono ad associarsi a un maggiore rischio di infortunio durante la competizione, ma le differenze tra gli studi non consentono di quantificare con precisione un aumento valido per tutti i contesti.
Questo è il punto sul quale la posizione di Allegri trova il sostegno scientifico più convincente: il recupero disponibile tra due incontri è un fattore importante per la salute muscolare.
Ma attenzione alla differenza. Questi studi hanno analizzato principalmente il rapporto tra frequenza delle partite, giorni di recupero e infortuni. Non hanno dimostrato che sei minuti effettivi aggiuntivi dentro una partita producano lo stesso effetto di una riduzione dei giorni di riposo.
Sono due variabili diverse, che potrebbero sommarsi ma non devono essere confuse.
Più partite non significa sempre più infortuni
Anche gli studi sul calendario congestionato presentano risultati che meritano attenzione.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2022 sull’International Journal of Environmental Research and Public Health ha esaminato il rapporto tra carico di lavoro e infortuni nel calcio professionistico.
Gli autori hanno osservato che la congestione del calendario nel breve periodo può aumentare l’incidenza degli infortuni durante le partite. Sul lungo periodo, però, l’associazione risulta meno chiara. Inoltre, non è stato possibile stabilire con certezza quali parametri registrati attraverso il GPS, dalla distanza totale alle accelerazioni, siano da soli affidabili per prevedere gli infortuni.
La revisione cita anche uno studio su una squadra francese impegnata in otto incontri nell’arco di 26 giorni: in quel caso l’incidenza degli infortuni durante le partite non era significativamente diversa da quella registrata nei periodi meno congestionati.
Come si spiegano risultati apparentemente contraddittori?
Le squadre non affrontano tutte le partite nello stesso modo. Gli allenatori possono ridurre il volume degli allenamenti, alternare i titolari, modificare l’intensità del lavoro e gestire diversamente i calciatori che accumulano più minuti. Anche la preparazione atletica e le caratteristiche individuali influiscono sulla capacità di sostenere sforzi ripetuti.
Il calendario è quindi una componente del rischio, non una spiegazione sufficiente di tutti gli infortuni.
È una distinzione importante soprattutto quando si commentano i numerosi problemi muscolari che si verificano durante una stagione. La coincidenza temporale tra un aumento del carico e un infortunio non dimostra, da sola, che il primo abbia causato il secondo.
Come si potrebbe verificare la teoria di Allegri
Per stabilire se l’incremento del tempo effettivo stia rendendo la Serie A fisicamente più impegnativa, il confronto dovrebbe riguardare almeno due stagioni, utilizzando gli stessi criteri di misurazione.
Il primo dato necessario è il tempo effettivo per ogni partita, non soltanto la media generale del campionato. Il secondo è il carico individuale: minuti giocati, distanza percorsa, corse ad alta velocità, numero di sprint, accelerazioni e decelerazioni.
Queste informazioni dovrebbero essere incrociate con i giorni di recupero, i minuti accumulati nelle competizioni europee e con le nazionali, i carichi di allenamento e gli infortuni registrati.
Per esempio, se un esterno disputasse in media sei minuti effettivi in più a incontro e accumulasse anche un maggior numero di sprint, mantenendo invariati i giorni di riposo, avremmo un’indicazione concreta dell’aumento del suo carico esterno. Per capire se questo comporti un rischio maggiore bisognerebbe poi confrontare la frequenza degli infortuni con quella osservata in precedenza, tenendo conto delle altre variabili.
Se invece il giocatore percorresse distanze simili, mantenesse un numero stabile di azioni intense e recuperasse adeguatamente, l’impatto potrebbe essere inferiore a quello suggerito dal semplice conteggio dei minuti.
Non è un problema soltanto teorico. Nel giugno 2025 la UEFA, con il sostegno delle organizzazioni dei club, delle leghe e di FIFPRO Europe, ha annunciato uno studio congiunto sul carico di lavoro dei calciatori.
Il progetto nasce proprio dalla necessità di definire meglio cosa debba essere considerato carico fisico e di valutare come le modifiche ai calendari, ai regolamenti e alle caratteristiche del gioco possano incidere sulle prestazioni e sulla salute degli atleti.
Un approccio che supera la semplice conta delle presenze stagionali e prova a misurare ciò che accade effettivamente in campo.
Quindi Allegri ha ragione? E in quale misura?
La risposta dipende da quale parte del suo ragionamento prendiamo in considerazione.
Sul tempo effettivo aggiuntivo, Allegri ha ragione nel principio e nell’ordine di grandezza. Sei minuti in più per 50-60 partite equivalgono matematicamente a circa 5,5-6,5 incontri supplementari, prendendo come riferimento 55 minuti effettivi per gara. È però un calcolo ipotetico: l’incremento stabile di sei minuti in Serie A non è ancora dimostrato dai dati esaminati.
Sul carico fisico, l’ipotesi è plausibile ma non quantificabile con le informazioni disponibili. Giocare più minuti effettivi può significare affrontare un impegno maggiore, soprattutto se aumentano gli sforzi ad alta intensità e diminuiscono le pause. Non sappiamo però se quei sei minuti corrispondano a un aumento del carico dell’11 per cento, del 5 per cento o di un’altra percentuale. Non esiste una conversione scientificamente valida tra minuti effettivi e fatica complessiva.
Sul rischio di infortuni, le evidenze scientifiche invitano a essere più prudenti. È documentata un’associazione tra recuperi brevi e maggiore incidenza degli infortuni muscolari. Lo studio condotto su 27 squadre europee ha rilevato un aumento del 32 per cento in una specifica condizione di calendario congestionato. Ma questo dato non può essere trasferito ai sei minuti aggiuntivi di cui parla Allegri, perché misura un fenomeno diverso.
Il tecnico del Napoli, quindi, individua un problema reale, senza che sia ancora possibile dimostrarne tutte le conseguenze.
Il paradosso è che il calcio sta cercando, giustamente, di eliminare le interruzioni inutili e aumentare il tempo in cui il pallone rimane in gioco. Per anni è stato uno degli obiettivi più condivisi del movimento calcistico, e tornare a partite continuamente spezzettate non sarebbe una soluzione.
Ma se aumenta il tempo effettivo, il carico potrebbe cambiare anche a calendario invariato. Per questo, nella discussione sulla salute dei calciatori, non basta più sapere quante partite disputano o quanti minuti trascorrono sul terreno di gioco.
Occorre capire quanti di quei minuti richiedano uno sforzo intenso, come siano distribuiti durante la stagione e quanto tempo ci sia per recuperare.
Sul tempo effettivo, Allegri ha ragione ed è sostenuto dai dati ufficiali. Dopo cinque giornate, la Serie A registra un incremento medio di 5 minuti e 53 secondi rispetto allo stesso periodo del campionato precedente. Su 50-60 partite interamente disputate, significa accumulare tra 294 e 353 minuti aggiuntivi di gioco effettivo, equivalenti a circa 5,3-6,4 partite da 55 minuti effettivi. Il calcolo, dunque, è corretto. Resta invece da dimostrare che questi minuti producano un carico fisico equivalente a quello di altrettante partite complete, o che comportino direttamente un maggiore rischio di infortuni.
È questa la differenza tra un’intuizione ragionevole e una conclusione dimostrata. E, almeno per il momento, la ricerca scientifica ci permette di confermare la prima, non la seconda.
