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Una tessera può far cadere il presidente della FIGC?

Di Guglielmo Timpano

Giovanni Malagò è stato eletto con il 68,58 per cento dei voti, ma il CONI sta verificando se la FIGC abbia ammesso la sua candidatura senza applicare un requisito necessario. Il fascicolo personale sul presidente è archiviato: resta aperta la questione sulla regolarità della procedura federale.

Il caso che riguarda Giovanni Malagò non nasce dal risultato delle elezioni della FIGC. Quel risultato è chiaro: il 22 giugno 2026 Malagò ha ottenuto il 68,58 per cento dei voti al primo scrutinio e ha battuto Giancarlo Abete. Nasce da una domanda precedente: poteva essere ammesso come candidato se, in quel momento, non aveva un valido tesseramento federale?

La distinzione è importante perché separa due forme di legittimità. La prima è politica: quasi sette delegati su dieci hanno scelto Malagò. La seconda è procedurale: prima di contare i voti bisogna stabilire chi possiede i requisiti per partecipare. Un consenso ampio rafforza un presidente, ma non risolve retroattivamente un problema di candidabilità.

Al 20 settembre, però, non esiste una decisione che abbia dichiarato Malagò decaduto. Non è stato disposto neppure il commissariamento della FIGC. Il fascicolo personale aperto sulla sua posizione è stato archiviato e il ricorso presentato da Renato Miele contro gli atti dell’assemblea è stato respinto dalla giustizia federale. Ciò che rimane aperto è un accertamento del CONI sul comportamento della Federazione e sulle regole applicate prima delle elezioni.

Un presidente eletto durante una crisi

Malagò è arrivato alla presidenza della FIGC dopo la terza mancata qualificazione consecutiva dell’Italia ai Mondiali e le dimissioni di Gabriele Gravina. L’assemblea del 22 giugno non doveva scegliere soltanto un dirigente: doveva indicare chi avrebbe gestito la ricostruzione della Nazionale, il rapporto con i club e la preparazione degli Europei del 2032.

Malagò vinse al primo turno con il 68,58 per cento. Reuters descrisse l’elezione come l’inizio di una gestione chiamata subito a intervenire sulla guida tecnica della Nazionale, sul settore giovanile e sulle infrastrutture. Il risultato gli consegnò un mandato largo, ottenuto dalle componenti che governano il calcio italiano.

Proprio l’ampiezza di quel consenso è diventata uno degli argomenti usati da Malagò nella propria difesa. Il 19 settembre si è definito «sotto attacco» e «vittima» della procedura elettorale, aggiungendo che il problema sta coinvolgendo una persona eletta con quasi il 70 per cento dei voti. Le sue parole, riportate dall’ANSA, contengono una tesi precisa: se un errore c’è stato, non sarebbe stato commesso dal candidato ma dagli organi che hanno gestito la procedura.

Il ricorso di Renato Miele

La contestazione è partita da Renato Miele, che non era stato ammesso come candidato alla presidenza. Miele ha impugnato la delibera dell’assemblea elettiva, il verbale della commissione di verifica dei poteri e l’ammissione degli altri candidati. Tra i punti sollevati c’era il tesseramento di Malagò, indicato come requisito necessario per la candidabilità e l’eleggibilità.

Il 12 settembre le Sezioni unite della Corte federale d’appello hanno respinto il ricorso di Miele. Il comunicato ufficiale della FIGC elenca gli atti contestati e conferma il rigetto. Questa decisione lascia intatti gli esiti dell’assemblea, ma non coincide con l’accertamento successivo richiesto al CONI.

In parallelo era infatti intervenuta la Procura generale dello sport. Il procuratore Ugo Taucer ha archiviato il fascicolo personale su Malagò, dopo che anche il procuratore federale Giuseppe Chiné aveva disposto l’archiviazione. L’ANSA ha ricostruito il passaggio decisivo: chiusa la posizione individuale, Taucer ha chiesto al CONI di verificare se la FIGC avesse rispettato i principi fondamentali nel disciplinare e applicare i requisiti delle candidature.

Non è una differenza burocratica. L’archiviazione personale significa che, allo stato degli atti, non è stata accertata una responsabilità disciplinare di Malagò. La verifica sul procedimento chiede invece se gli organi federali abbiano ammesso una candidatura senza controllare correttamente un requisito. Il presidente può quindi non essere responsabile dell’errore e trovarsi comunque al centro delle sue conseguenze istituzionali.

Il doppio binario del caso

La vicenda si muove su binari che possono sembrare contraddittori solo se vengono sovrapposti. Sul primo binario ci sono i procedimenti che hanno riguardato Malagò e il ricorso contro gli atti dell’assemblea: il fascicolo personale è archiviato e il ricorso di Miele è stato respinto. Sul secondo c’è il potere di vigilanza del CONI sulle federazioni e sul rispetto dei principi che ne regolano la vita interna.

Il presidente del CONI Luciano Buonfiglio ha affidato l’analisi ai propri uffici legali. Il 15 settembre ha detto che il tesseramento valido deve essere un requisito di candidabilità ed eleggibilità e che occorre verificare come la FIGC abbia applicato quel principio. Non ha indicato una scadenza né anticipato il risultato. Ha parlato invece di «certezza del diritto», come riferito dall’ANSA.

È questo il passaggio che può produrre effetti politici anche senza riaprire il fascicolo personale. Il CONI deve stabilire se la FIGC abbia costruito una procedura coerente con le regole dell’ordinamento sportivo e se gli organismi incaricati dei controlli abbiano svolto correttamente il loro compito. Finché questa valutazione non sarà conclusa, non è possibile dire che l’elezione sia stata annullata, ma neppure che ogni dubbio sia stato definitivamente superato.

Perché il 68,58 per cento non basta

Il consenso ottenuto da Malagò è politicamente rilevante, ma risponde a una domanda diversa da quella esaminata dal CONI. I votanti hanno stabilito quale candidato preferivano. Il requisito di tesseramento stabilisce chi poteva essere sottoposto al loro voto.

Se il requisito era obbligatorio e non è stato applicato, il numero delle preferenze non lo rende facoltativo. Vale anche il contrario: un possibile errore procedurale non dimostra da solo che Malagò abbia cercato di aggirare le regole. Per attribuire una responsabilità personale servirebbero elementi che, al momento, non sono emersi nei procedimenti archiviati.

La posizione più scomoda è quindi quella della FIGC. La Federazione ha organizzato l’assemblea, verificato le candidature e proclamato il risultato. Se il CONI concludesse che un requisito fondamentale non è stato controllato, la questione non riguarderebbe soltanto la tessera di un candidato. Riguarderebbe l’affidabilità dell’organo che certifica chi può governare il calcio italiano.

Abodi: le regole valgono anche quando il voto è largo

Il ministro per lo Sport Andrea Abodi ha tenuto separate la posizione personale di Malagò e la regolarità del sistema. Il 19 settembre ha detto di ritenere probabile che il presidente non abbia responsabilità dirette, ma ha aggiunto che le regole del CONI valgono per tutti. Ha anche auspicato che la questione venga risolta dentro l’ordinamento sportivo, senza un intervento politico del ministero. Le dichiarazioni sono state riportate dall’ANSA.

La prudenza di Abodi ha due ragioni. La prima è l’autonomia dello sport: la verifica deve essere compiuta dagli organismi competenti prima che la politica valuti qualsiasi iniziativa. La seconda è che un intervento ministeriale trasformerebbe un problema di procedura in uno scontro istituzionale tra governo, CONI e FIGC.

Anche il commissariamento, evocato nel dibattito pubblico, è al momento soltanto un’ipotesi. Non è stato disposto e non deriva automaticamente dall’apertura della verifica. Prima servono le conclusioni del CONI; soltanto dopo sarà possibile capire se esiste una violazione, quanto sia grave e quale conseguenza possa avere sugli organi eletti.

Cosa può succedere adesso

Il primo scenario è che il CONI consideri sufficiente la procedura seguita dalla FIGC o ritenga che non ci siano irregolarità capaci di incidere sull’elezione. In quel caso la presidenza proseguirebbe senza un nuovo passaggio istituzionale.

Il secondo è che venga accertata una violazione attribuibile agli organi federali. Anche in questa ipotesi non si può anticipare una decadenza automatica: dipenderebbe dal contenuto dell’accertamento, dagli atti adottati dal CONI e dagli eventuali ricorsi. La differenza tra una carenza sanabile, un vizio degli atti e l’assenza di un requisito essenziale è precisamente ciò che gli esperti legali devono chiarire.

Il terzo scenario, più grave, comprenderebbe misure sulla governance della Federazione. È quello che alimenta il riferimento al commissariamento, ma oggi non esiste una decisione che lo renda imminente. Presentarlo come esito già scritto significherebbe confondere una possibilità politica con un provvedimento giuridico.

La risposta alla domanda iniziale, quindi, è meno immediata del titolo. Una tessera può mettere in discussione l’elezione di un presidente se rappresenta un requisito indispensabile non verificato prima del voto. Non può, da sola e senza un atto formale, farlo decadere. Al momento Malagò resta presidente della FIGC, con il mandato ricevuto il 22 giugno e senza una responsabilità personale accertata.

La questione decisiva riguarda ora il CONI. Dovrà stabilire se il voto del 68,58 per cento si sia svolto dentro una procedura regolare. Il consenso spiega perché Malagò governa la Federazione; il rispetto delle regole stabilirà quanto sia solida quella presidenza.