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Club e nazionali gestiscono gli stessi giocatori. Chi li fa riposare?

Di Guglielmo Timpano

Club e nazionali gestiscono gli stessi giocatori. Chi li fa riposare?

Tuchel rifiuta le rotazioni concordate con i club, ma al Chelsea contestava la convocazione di Reece James. Conte e Koeman hanno affrontato il problema da entrambe le panchine: le loro dichiarazioni mostrano quanto sia difficile decidere a chi tocchi rinunciare a un calciatore.

Thomas Tuchel non vuole concordare con gli allenatori dei club quali partite debbano giocare i convocati dell’Inghilterra. Nelle dichiarazioni riportate da Pallone Scomodo ha definito una follia l’idea di distribuire preventivamente riposi e spezzoni di gara. Vuole scegliere la formazione per vincere, senza far passare ai giocatori il messaggio che alcuni incontri possano essere affrontati risparmiandosi.

L’Inghilterra, come le altre nazionali, deve disputare quattro partite nella stessa sosta. È una delle conseguenze del calendario approvato dalla FIFA: dal 2026 le finestre di settembre e ottobre, prima separate e da due incontri ciascuna, sono state riunite in un periodo di sedici giorni. Quello attuale va dal 21 settembre al 6 ottobre. Le partite non sono aumentate rispetto alle due vecchie soste, ma si giocano tutte nello stesso raduno.

Per i commissari tecnici significa avere più continuità di lavoro. Per i club, restare più a lungo senza i propri nazionali e ritrovarli dopo più di due settimane e una sequenza concentrata di impegni. Il disaccordo riguarda soprattutto chi debba decidere quanto impiegare effettivamente i giocatori nelle 4 gare in programma.

Tuchel conosce entrambe le posizioni, quella del ct e quella del tecnico di club che vede partire i propri giocatori con le nazionali. E prima di allenare l’Inghilterra si era trovato a contestarne una convocazione.

Il primo ottobre 2021, quando era al Chelsea, si disse sorpreso di vedere Reece James nella lista di Gareth Southgate. Il difensore era uscito infortunato contro il Manchester City e non aveva ripreso ad allenarsi con i compagni. Tuchel scherzò sulla possibilità che fosse stato chiamato dalla nazionale di pallanuoto, visto che lavorava ancora in piscina.

Southgate, il giorno precedente, aveva spiegato che le informazioni ricevute lasciavano sperare in un recupero per il fine settimana. Le due versioni pubbliche descrivevano aspettative diverse sulle condizioni dello stesso giocatore.

Il precedente è significativo, ma non dimostra una contraddizione perfetta. Nel 2021 Tuchel contestava la convocazione di un infortunato; oggi respinge gli accordi preventivi sull’impiego dei giocatori disponibili. Allora precisò anche che i contatti con le federazioni passavano attraverso il club e Petr Čech, senza bisogno che ogni ct telefonasse direttamente a lui.

Neppure la posizione attuale esclude ogni riposo: Tuchel ha riconosciuto la necessità di lasciare fuori Declan Rice, come riportato dal Guardian. Il punto controverso è quanto spazio debbano avere i club nelle decisioni prese durante il raduno.

Antonio Conte ha affrontato lo stesso conflitto, ma il passaggio dai club alla nazionale gli fece dichiarare di avere cambiato prospettiva.

Da commissario tecnico dell’Italia cercava più giorni per allenare gli azzurri. Il 3 febbraio 2015 la FIGC cancellò lo stage ipotizzato per il 9-11 febbraio dopo avere raccolto l’indisponibilità di alcune società a liberare i propri calciatori. Conte rinunciò a un raduno che, senza una parte dei convocabili, considerava poco utile. Il comunicato federale descriveva un tentativo di trovare un accordo con i club: si trattava di uno stage aggiuntivo, non di una normale finestra internazionale.

Poche settimane dopo, l’infortunio di Claudio Marchisio a Coverciano trasformò la discussione in uno scontro pubblico. John Elkann mise in dubbio la quantità di lavoro svolta in nazionale. Conte rispose che quella considerazione non gli veniva fatta quando allenava la Juventus.

La polemica corse più velocemente degli accertamenti. La prima diagnosi di lesione al crociato fu infatti smentita dagli esami svolti a Torino la sera del 27 marzo: la Juventus comunicò che il legamento non presentava lesioni. Quel caso documenta però quanto fossero tesi i rapporti.

Due anni dopo, al Chelsea, Conte difese Danny Drinkwater dalle critiche per avere rinunciato a una convocazione inglese. Secondo il tecnico, il centrocampista non era ancora nelle condizioni necessarie. Invitò Southgate a confrontarsi direttamente con lui, così da evitare che un problema fisico venisse interpretato come scarsa disponibilità verso la nazionale.

Nella conferenza del 17 novembre 2017 ricordò anche il caso di Eden Hazard: aveva parlato con Roberto Martínez e accettato il suo impiego con il Belgio. Poi spiegò, in una frase che riassume il confronto fra le sue esperienze: «Sono più aperto di prima, quando allenavo la Juventus».

Conte sosteneva che essere stato ct lo avesse aiutato a comprendere le difficoltà di chi vede i propri giocatori soltanto durante i raduni. Chiedeva che il collega disponesse delle informazioni del club, riconoscendogli però la responsabilità della scelta. Il cambio di panchina, in questo caso, aveva prodotto un tentativo di collaborazione.

Con Ronald Koeman il confronto assume una forma diversa. Nell’agosto 2021, da allenatore del Barcellona, annunciò due settimane di riposo per Pedri, reduce dagli Europei e dalle Olimpiadi. Aveva parlato con Luis Enrique della successiva convocazione, ma riconosceva che la decisione spettava al commissario tecnico.

Il resoconto pubblicato dal Barcellona conteneva due dettagli utili. Il club contava già 54 presenze del centrocampista in blaugrana, alle quali si erano aggiunti gli impegni internazionali. E il riposo annunciato sarebbe cominciato dopo un’altra partita di campionato, contro l’Athletic. Anche il Barcellona aveva bisogno di Pedri, pur riconoscendo che dovesse fermarsi.

Nel giugno 2024 Koeman era tornato sulla panchina dei Paesi Bassi. Frenkie de Jong dovette rinunciare all’Europeo per i problemi alla caviglia e il ct criticò il Barcellona per averlo utilizzato nonostante le difficoltà fisiche, attribuendo una parte di responsabilità anche al giocatore.

Nei due casi Koeman poteva sostenere lo stesso principio: proteggere il calciatore. Cambiava la squadra chiamata a rinunciare alle sue prestazioni. È qui che la tutela diventa una decisione scomoda: riconoscere la necessità del riposo è più semplice quando la partita da saltare appartiene al calendario di un altro.

Le proteste dei club non sono nuove. Nell’ottobre 2014 José Mourinho, al Chelsea, criticò la gestione dei nazionali dopo il rientro infortunato di Diego Costa dalla Spagna. Sosteneva che alcune federazioni prestassero maggiore attenzione di altre alle condizioni dei giocatori. Nella stessa conferenza precisò però di non riferirsi personalmente a Vicente del Bosque e di volere i propri calciatori nelle rispettive nazionali. Anche allora la contestazione riguardava soprattutto le modalità di impiego e il coordinamento fra staff.

Più recente è il contrasto fra PSG e Francia. Nel settembre 2025, dopo gli infortuni di Ousmane Dembélé e Désiré Doué, il club sostenne di avere trasmesso indicazioni mediche sui rischi e sui carichi sostenibili prima del raduno. Chiese un protocollo più trasparente e collaborativo. Didier Deschamps difese invece la professionalità e la progressività del lavoro svolto.

Le dichiarazioni pubbliche non permettono di attribuire una responsabilità clinica. Mostrano però che inviare informazioni può non bastare: due staff possono conoscere le condizioni di un giocatore e arrivare a conclusioni diverse sull’opportunità di utilizzarlo.

Esistono anche esempi di rinunce preventive. Il 30 settembre 2021 Southgate spiegò di avere escluso Bellingham e Mason Greenwood per non sovraccaricarli. Aveva parlato con i calciatori, le famiglie e i club, ma precisò che non si trattava di un accordo di favore con le società. Era una scelta della nazionale per proteggere lo sviluppo di due giovani che avrebbe altrimenti convocato.

Questa distinzione conta. Un giocatore può essere disponibile per una partita senza che sia opportuno fargli disputare ogni incontro. La valutazione non riguarda soltanto un’eventuale lesione, ma anche il lavoro accumulato, i tempi di recupero e gli impegni successivi.

Il consenso promosso da FIFPRO nel giugno 2025 ha provato a fissare criteri comuni, raccogliendo il parere di 70 specialisti di club e nazionali su dodici misure di protezione. Fra le raccomandazioni figurano periodi di riposo e di preparazione. Si tratta di un consenso di esperti, non di una soglia capace di prevedere ogni infortunio o di stabilire automaticamente chi ne sia responsabile.

Il limite che emerge dai casi di Tuchel, Conte e Koeman è organizzativo. Ogni allenatore risponde dei risultati della propria squadra, mentre il calciatore affronta una sola stagione, fatta di impegni che si sommano. Per gestirla servono informazioni condivise e una procedura per affrontare il disaccordo: quali limitazioni vengono suggerite, da chi, e per quali ragioni si decide eventualmente di superarle.

Anche il giocatore deve avere spazio in questa valutazione. Ridurre il confronto a chi paga lo stipendio o a chi possiede il diritto di convocazione lo trasforma nell’oggetto della trattativa, quando è lui a sostenere il lavoro richiesto da entrambi.

Un infortunio avvenuto in nazionale non dimostra da solo una cattiva gestione del ct, così come il ritorno senza problemi non certifica che ogni scelta sia stata prudente. Per giudicare servono le informazioni disponibili prima della partita. Altrimenti club e federazioni continueranno a discutere del riposo soltanto quando un giocatore sarà già costretto a fermarsi.