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Da Salah a Bazunu: quando il calcio ha contestato Israele

Di Guglielmo Timpano

Da Salah a Bazunu: quando il calcio ha contestato Israele

Rifiuti di giocare, strette di mano evitate, magliette nascoste sotto la divisa, bandiere palestinesi e post costati sospensioni e licenziamenti: la protesta dei calciatori non è cominciata dopo il 7 ottobre 2023

Quello di Gavin Bazunu non è il primo “no” di un calciatore davanti a una partita contro Israele, ma è uno dei più significativi degli ultimi anni. Alla vigilia della sfida di Nations League tra Israele e Irlanda del 27 settembre 2026, il portiere irlandese ha chiesto di lasciare il ritiro e di non partecipare alle partite contro la nazionale israeliana. «I feel it would be wrong to participate», ha scritto spiegando di non voler associare la propria presenza a quanto sta accadendo nella regione e precisando che la sua posizione non è rivolta contro tutti gli israeliani o contro la comunità ebraica. Altri compagni hanno discusso l’ipotesi di seguirlo, fino a costringere la squadra a una riunione durata circa quattro ore. Alla fine, una netta maggioranza ha votato per giocare. RTE

È il punto d’arrivo, per ora, di una vicenda che abbiamo raccontato nella News Scomoda su Irlanda-Israele . Ma è anche l’occasione per ricostruire una storia molto più lunga. Perché il dissenso di alcuni calciatori verso le politiche israeliane, l’occupazione dei territori palestinesi o le operazioni militari a Gaza non nasce dopo il 7 ottobre 2023. Ci sono episodi documentati almeno dalla metà degli anni Duemila, e alcuni hanno coinvolto giocatori destinati a diventare stelle mondiali.

Il contesto, naturalmente, è cambiato. L’attacco compiuto da Hamas in Israele il 7 ottobre 2023 ha aperto una nuova fase del conflitto e alla successiva campagna militare israeliana a Gaza sono seguite accuse sempre più gravi sul piano del diritto internazionale. Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza; Israele ha respinto questa conclusione. Il procedimento avviato dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia, invece, è ancora in corso e al settembre 2026 la Corte non ha emesso una sentenza definitiva sul merito dell’accusa di genocidio. Nazioni Unite

Prima di Salah c’era Ashkan Dejagah

Uno dei casi più vicini a quello di Bazunu risale al 2007. Ashkan Dejagah era un talento del Wolfsburg e della Germania Under 21, nato a Teheran e titolare anche della cittadinanza iraniana. Quando la nazionale tedesca avrebbe dovuto giocare una partita di qualificazione europea a Tel Aviv, Dejagah chiese di non partire.

All’inizio la sua decisione fu descritta come politica e provocò una polemica enorme in Germania. Esponenti politici e rappresentanti della comunità ebraica chiesero persino che venisse escluso dalle nazionali tedesche. Dejagah chiarì poi che la motivazione era soprattutto familiare: possedendo un passaporto iraniano, temeva conseguenze per sé e per i parenti in Iran dopo un viaggio in Israele. La federazione tedesca accettò infine la sua rinuncia. È quindi un caso da raccontare con cautela: fu un rifiuto di giocare in Israele, ma non una dichiarazione esplicita di sostegno alla Palestina paragonabile ad altri episodi successivi. ynetglobal

Aboutrika e quella maglietta nascosta sotto la divisa

Pochi mesi dopo arrivò uno dei gesti più famosi del calcio africano. Alla Coppa d’Africa del 2008, l’egiziano Mohamed Aboutrika, uno dei migliori giocatori africani della sua generazione, segnò e sollevò la maglia della nazionale mostrando una seconda maglietta con la scritta “Sympathize with Gaza”.

Era una protesta contro il blocco imposto alla Striscia e attirò immediatamente l’attenzione della CAF, che lo ammonì per avere esposto un messaggio politico. Aboutrika non era una figura marginale: sarebbe stato eletto nello stesso anno BBC African Footballer of the Year e avrebbe superato le cento presenze con l’Egitto. Il gesto trasformò quindi una celebrazione dopo un gol in un messaggio visto da milioni di persone. The Guardian

Kanouté e la maglia “Palestina”

Nel gennaio 2009 fu invece Frédéric Kanouté a portare la protesta direttamente nella Liga spagnola. Dopo aver segnato con il Siviglia contro il Deportivo La Coruña in Coppa del Re, l’attaccante maliano alzò la divisa e mostrò una maglia nera con la parola “Palestina” scritta in diverse lingue.

Kanouté ricevette un cartellino giallo sul campo e successivamente una multa da 3.000 euro dalla federazione spagnola, che applicò la norma contro l’esposizione di messaggi sulle magliette. Lui non ritrattò: disse di essere tranquillo con la propria coscienza e di avere fatto ciò che riteneva giusto. Europa Press

Salah, il Maccabi e la stretta di mano che lo inseguì per anni

Il caso che sarebbe diventato più famoso arrivò nel 2013 e riguardò un Mohamed Salah ancora lontano dalla notorietà raggiunta con il Liverpool. Giocava nel Basilea e nei preliminari di Champions League la squadra svizzera fu sorteggiata contro il Maccabi Tel Aviv.

Prima dell’andata in Svizzera Salah non prese parte alla tradizionale stretta di mano tra le squadre: mentre gli altri giocatori si salutavano, si spostò a bordo campo apparentemente per cambiare gli scarpini. Il Basilea sostenne che si fosse trattato di una coincidenza. Nel ritorno a Tel Aviv, sotto un’attenzione mediatica enorme, Salah entrò invece nella fila dei saluti ma offrì ai giocatori del Maccabi il pugno chiuso anziché la mano aperta. Durante la partita fu fischiato dal pubblico, ma segnò uno dei gol del 3-3 che qualificò il Basilea. The Independent

Intorno alla vicenda circolarono anche frasi molto più radicali attribuite all’egiziano. Salah negli anni successivi negò di averle pronunciate e disse di non volersi occupare di politica. Questa precisazione è importante perché quelle citazioni vengono ancora oggi spesso presentate come certe. ANSA.it

La polemica non finì con quella partita. Quando nel gennaio 2015 la Roma iniziò a trattare Salah con il Chelsea, la stampa italiana riferì delle proteste provenienti dalla comunità ebraica romana, che ricordava il caso Maccabi e le accuse di antisemitismo rivolte al giocatore. Salah sarebbe poi arrivato realmente alla Roma qualche mese dopo. La Gazzetta dello Sport

Dieci anni dopo il Maccabi, Salah tornò pubblicamente sul conflitto israelo-palestinese in termini molto differenti. Nell’ottobre 2023 fece una donazione alla Mezzaluna Rossa egiziana e pubblicò un videomessaggio chiedendo l’ingresso immediato degli aiuti umanitari a Gaza, la protezione di tutte le vite civili e la fine delle uccisioni. La frase conclusiva fu: «Humanity must prevail». The Guardian

Il 2021 e le bandiere palestinesi sui campi inglesi

Prima ancora del 7 ottobre, un altro momento di forte esposizione arrivò nel maggio 2021, durante il nuovo conflitto tra Israele e Hamas e le tensioni a Gerusalemme Est.

Dopo la finale di FA Cup vinta dal Leicester contro il Chelsea, Hamza Choudhury e Wesley Fofana presero una bandiera palestinese e la mostrarono durante i festeggiamenti a Wembley. Choudhury la portò anche sulle spalle durante la premiazione. La Football Association decise di non aprire un procedimento disciplinare. RTE

Tre giorni dopo, a Old Trafford, Paul Pogba e Amad Diallo fecero lo stesso al termine di Manchester United-Fulham: percorsero il campo con una grande bandiera palestinese davanti ai tifosi. L’immagine venne distribuita in tutto il mondo dalle principali agenzie fotografiche. Reuters Connect

Pochi giorni ancora e fu Riyad Mahrez, durante la festa per il titolo della Premier League del Manchester City, a sventolare una bandiera palestinese sul terreno dell’Etihad mentre portava sulle spalle anche quella algerina. Nelle stesse settimane Mohamed Elneny aveva pubblicato sui social un messaggio di sostegno alla Palestina che spinse uno sponsor dell’Arsenal, Lavazza, a chiedere spiegazioni al club. L’Arsenal rispose che i propri giocatori avevano diritto a esprimere opinioni sui loro profili personali. The National

Dopo il 7 ottobre il prezzo delle dichiarazioni diventa molto più alto

L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza cambiarono drasticamente anche il rapporto tra calcio e manifestazioni politiche. Nel giro di pochi giorni alcuni dei giocatori più conosciuti al mondo intervennero pubblicamente.

Karim Benzema dedicò le proprie preghiere agli abitanti di Gaza, parlando di bombardamenti che colpivano donne e bambini. Il messaggio ebbe un seguito politico enorme in Francia: il ministro dell’Interno Gérald Darmanin arrivò ad accusarlo di avere legami con i Fratelli Musulmani, accusa respinta dal giocatore e dal suo avvocato. L’Équipe

Il marocchino del Bayern Monaco Noussair Mazraoui condivise invece un video di sostegno ai palestinesi. Il Bayern lo convocò per un colloquio formale, ma decise di non sanzionarlo dopo che il giocatore dichiarò di condannare terrorismo e guerra. BBC

Il caso più duro fu quello di Anwar El Ghazi. Il Mainz lo sospese nell’ottobre 2023 per alcuni post sul conflitto, poi annunciò il suo reintegro dopo una serie di colloqui e infine gli rescisse il contratto in seguito a nuovi messaggi pubblicati dal giocatore. El Ghazi portò il club in tribunale e nel luglio 2024 il tribunale del lavoro di Mainz stabilì che il licenziamento era illegittimo. Nel novembre 2025 anche l’appello del club è stato respinto. 1. FSV Mainz 05

Diverso ancora il caso dell’algerino Youcef Atal, allora al Nizza. Dopo aver ricondiviso un video sui social fu sospeso dal club e successivamente condannato da un tribunale francese a otto mesi con pena sospesa e 45 mila euro di multa per incitamento all’odio religioso. Atal sostenne di non aver visto il video per intero e di avere voluto diffondere un messaggio di pace, una spiegazione che il tribunale non ritenne sufficiente. È importante distinguerlo dai semplici gesti di solidarietà alla popolazione palestinese: la condanna riguardò il contenuto specifico del video condiviso. BBC

Dal simbolo al rifiuto di giocare

Mettendo in fila questi episodi si vede anche come sia cambiata la protesta. Aboutrika e Kanouté nascondevano una maglietta sotto la divisa. Pogba, Mahrez, Fofana e Choudhury prendevano una bandiera dopo il fischio finale. Salah trasformò una stretta di mano in un caso internazionale. Dopo il 7 ottobre sono aumentati i post che hanno prodotto conseguenze disciplinari, lavorative o giudiziarie.

Con Bazunu il dissenso torna invece al gesto più radicale che un calciatore possa compiere: non giocare.

Ed è proprio questo che rende Irlanda-Israele diversa dalle altre storie. Il portiere non ha soltanto espresso un’opinione personale: ha rinunciato a rappresentare la propria nazionale in una partita ufficiale. Il resto dello spogliatoio ha discusso seriamente la possibilità di fare lo stesso, prima di scegliere attraverso una votazione di scendere in campo. RTE

Non è la prima volta che politica, guerra e calcio entrano nello stesso spogliatoio. Ma raramente, nel calcio europeo contemporaneo, erano arrivati così vicini a decidere se una nazionale dovesse presentarsi oppure no.