La critica di Claire-Marie Roberts trova riscontri nella ricerca, ma non basta a stabilire che i club siano meno rigorosi di rugby, basket o cricket. Gli studi distinguono ciò che aiuta a sentirsi meglio da ciò che fa tornare pronti a giocare.
Un atleta esce da una vasca fredda e dice di sentirsi meglio. È un risultato, ma non risponde a tutte le domande del suo staff: ha recuperato la forza? Sopporta di nuovo gli sprint? Un muscolo lesionato è pronto per la partita? Nel mercato del recupero sportivo questi obiettivi vengono spesso riuniti nella stessa promessa. La ricerca li misura separatamente.
La critica di Claire-Marie Roberts all’uso poco rigoroso dei trattamenti nel calcio, ripresa nella nostra News Scomoda, parte da un problema concreto. Per capire quanto sia esteso, però, serve andare oltre l’esperienza di una singola professionista. Le ricerche disponibili documentano scelte discutibili e difficoltà ad applicare le prove scientifiche. Non dimostrano che il calcio sia, nel complesso, peggiore degli altri sport professionistici.
Una critica che esisteva già
Roberts aveva affrontato l’argomento al TGG Live del 2024, come documenta il resoconto degli organizzatori. La sua spiegazione era soprattutto organizzativa: i risultati sono richiesti subito, mentre verificare una tecnologia richiede tempo. Un prodotto può quindi diffondersi perché convince una persona influente nello staff, prima che ne siano chiariti i benefici.
Anche la letteratura scientifica aveva posto il problema. Nel 2018 Chris Beedie, Greg Whyte e altri ricercatori pubblicarono sul British Journal of Sports Medicine un editoriale sulle terapie alternative e il placebo. Il loro punto era preciso: riconoscere che le aspettative possono modificare dolore e prestazione non autorizza a vendere qualsiasi trattamento come efficace. C’è anche un costo meno visibile del prezzo d’acquisto: rinunciare a un intervento meglio documentato.
Nel 2023 Camilla Illidi, Nicholas Tiller e colleghi esaminarono diverse promesse commerciali sulla respirazione, dalle tecniche respiratorie all’ossigeno in bomboletta. Trovarono risultati utili per alcuni interventi e nessuna prova di benefici clinici per l’ossigeno in bomboletta. Non era un’indagine solo sul calcio: il mercato interessava atleti e consumatori di discipline diverse.
Il freddo non è un trattamento solo
Entrare in una camera con aria estremamente fredda e immergersi in acqua fredda sono procedure diverse. Non si possono trasferire automaticamente i risultati dell’una all’altra.
La revisione Cochrane del 2015 sulle criocamere, spesso citata nel dibattito, comprendeva quattro studi e 64 partecipanti. La qualità delle prove era molto bassa e gli autori non potevano stabilire con sicurezza se il trattamento migliorasse indolenzimento e recupero percepito. È un limite importante, ma sarebbe scorretto trattare quella fotografia come l’ultima parola.
Una meta-analisi del 2026 ha raccolto 51 studi, con 1.243 partecipanti, su differenti forme di trattamento con il freddo. Ha rilevato benefici su alcuni indicatori, compresi risultati favorevoli alle criocamere per il recupero del salto. Gli stessi autori segnalano però protocolli molto diversi e limiti dei confronti indiretti. Gli studi riguardavano adulti senza lesioni muscoloscheletriche note: non dimostrano che una criocamera accorci la riabilitazione di uno strappo.
Per l’acqua fredda, una revisione del 2022 di Moore e colleghi, su 52 studi, ha trovato benefici dopo esercizio intenso su indolenzimento, recupero percepito e alcuni test di potenza a 24 ore. Non ha trovato un miglioramento significativo del recupero della forza. Dire che non esiste alcuna evidenza sarebbe dunque inesatto; dire che il freddo rimette prima in campo un infortunato lo sarebbe altrettanto.
Cambia anche lo scopo dell’allenamento. In un esperimento del 2015 su 21 uomini, l’immersione fredda ripetuta dopo le sedute di forza attenuò alcuni adattamenti muscolari rispetto al recupero attivo. Il risultato riguarda quell’impiego dell’acqua fredda, non qualsiasi forma di crioterapia in qualsiasi momento della stagione.
Tape, integratori e ossigeno: tre domande diverse
Sul kinesio tape, una revisione pubblicata nel 2021 incluse 84 studi e 2.684 persone. La conclusione non sosteneva l’uso del nastro alla caviglia per migliorare la prestazione funzionale. Non era però una revisione di ogni disturbo e di ogni applicazione del tape.
Una meta-analisi del 2025 sul dolore femoro-rotuleo, il dolore attorno o dietro la rotula, ha riunito dieci studi randomizzati e 364 pazienti. Ha rilevato una modesta riduzione del dolore, su studi complessivamente di qualità bassa. Non ha trovato differenze significative in diversi indicatori di forza e movimento. Il possibile sollievo va quindi descritto per quello che è: non dimostra prevenzione degli infortuni o guarigione accelerata. Inoltre, il tape elastico non va confuso con un bendaggio rigido usato per sostenere un’articolazione.
Gli integratori non sono una categoria omogenea. Il consenso del Comitato olimpico internazionale del 2018 riconosce prove a favore di un numero limitato di sostanze, fra cui caffeina e creatina, in impieghi specifici. Non sono prodotti che curano automaticamente una lesione: possono avere obiettivi nutrizionali o prestativi. La questione è quale sostanza, per quale atleta e per quale risultato, insieme al controllo di qualità e del rischio antidoping.
L’Australian Institute of Sport offre un esempio concreto di valutazione: classifica prodotti e ingredienti secondo prove, sicurezza e impiego. Nel gruppo A inserisce quelli sostenuti da evidenze per situazioni e protocolli specifici. Non è un’approvazione indiscriminata di ogni marchio o confezione che contiene quella sostanza.
Per l’ossigeno in bomboletta, invece, la revisione di Illidi e colleghi non trovava prove di benefici clinici. Non si possono usare risultati ottenuti con ossigenoterapia medica, esposizioni controllate o trattamenti di pazienti per dimostrare l’utilità di qualche inalazione da un prodotto commerciale in un atleta sano.
Che cosa fanno gli altri sport
Un confronto utile deve distinguere le abitudini degli staff dall’efficacia delle cure. Sapere che una squadra usa un trattamento non dice, da solo, se lo usi bene.
| Sport e ricerca | Che cosa è stato osservato | Che cosa possiamo concludere |
| Calcio professionistico, studio del 2021: 80 professionisti degli staff in 13 paesi | Recupero attivo, giorni di riposo, massaggi, acqua fredda e carboidrati erano fra le strategie più usate. Gli autori rilevavano una distanza fra efficacia percepita e frequenza d’impiego. | Il problema delle scelte esiste, ma non tutto ciò che viene praticato è privo di fondamento. |
| Calcio, rugby e football australiano, studio del 2019: 35 membri degli staff | L’acqua fredda era molto diffusa dopo partite e allenamenti nelle diverse discipline. | Le abitudini discusse non appartengono soltanto al calcio. Il questionario non classificava la qualità delle cure. |
| Basket professionistico spagnolo, ricerca pubblicata nel 2021 | Almeno 17 delle 19 squadre coinvolte usavano diverse strategie fra riposo, alimentazione, massaggio, acqua fredda e stretching. | Anche il basket combina interventi con obiettivi e basi scientifiche differenti. |
| Cricket professionistico britannico, studio del 2021: 15 club | Tutti riferivano di usare l’esercizio Nordic hamstring; soltanto uno rispettava completamente il programma strutturato esaminato. | Conoscere un esercizio non equivale ad applicare un intero protocollo. La difficoltà non è esclusiva del calcio. |
Fonti della comparazione: calcio, survey internazionale · confronto fra sport di squadra · basket ACB · cricket britannico.
Sono indagini su campioni, paesi e anni diversi, in gran parte basate su risposte degli staff. Non autorizzano una graduatoria di competenza. Consentono però di respingere l’idea che al di fuori del calcio ogni procedura venga adottata soltanto dopo prove definitive.
Il dato più scomodo riguarda ciò che si applica poco
Nel 2015 Roald Bahr, Kristian Thorborg e Jan Ekstrand interrogarono 50 club, fra Champions League e campionato norvegese, sull’adozione del programma Nordic hamstring. È un protocollo di prevenzione basato su un esercizio che allena i muscoli posteriori della coscia mentre resistono all’allungamento.
Nelle 150 combinazioni fra club e stagione analizzate, relative al periodo 2012–2014, il programma risultava completato integralmente in appena 16 casi: il 10,7%. Il dato è storico e non descrive automaticamente gli staff del 2026. Misura inoltre l’adesione a quel programma, non l’assenza di qualsiasi altra prevenzione.
Resta un esempio verificabile della distanza fra ricerca e pratica: un protocollo già sostenuto da studi faticava a essere applicato. Il successivo lavoro sul cricket mostra una difficoltà analoga. Non serve supporre che un intero sport rifiuti la scienza per riconoscere un problema nell’organizzazione del lavoro.
Per il rientro da un infortunio esiste poi una cornice comune a più discipline. Il consenso internazionale di Berna del 2016 distingue il ritorno alla partecipazione, quello allo sport e quello alla prestazione. Entrare di nuovo in allenamento non significa avere già recuperato il livello precedente. Le decisioni richiedono valutazioni funzionali e del rischio, non soltanto la scomparsa del dolore.
La conclusione: verificare la promessa, prima dell’acquisto
La parte più solida della critica di Roberts riguarda il modo in cui si decide: un trattamento dovrebbe entrare nel lavoro di un club con un obiettivo dichiarato e una verifica del risultato. Le ricerche consultate non consentono invece di affermare che il calcio curi gli atleti peggio di tutti gli altri sport. Né permettono di stimare quanto denaro i club spendano complessivamente in prodotti inefficaci.
Un controllo concreto partirebbe da quattro domande: il prodotto promette meno dolore, più forza o meno giorni di assenza? È stato studiato su atleti comparabili? Che vantaggio offre rispetto alla pratica già disponibile? Con quali misure lo staff deciderà di continuare a usarlo?
Se un trattamento aiuta soltanto a percepire meno indolenzimento, può essere valutato per quell’obiettivo. Non può essere presentato come una prova che il tessuto sia guarito o che il rischio di ricaduta sia diminuito. È questo passaggio, dalla promessa commerciale al risultato misurato, che un club deve pretendere da chi gli vende il recupero.
Ricerca aggiornata al 28 settembre 2026. Questa è una ricognizione giornalistica di studi e documenti selezionati, non una revisione sistematica.
